domenica, Febbraio 8

Follia Vonn, la scoperta dopo la caduta rovinosa: cosa aveva deciso prima della gara

Ci sono cadute che sono solo sport. E poi ce ne sono altre che raccontano qualcosa di più profondo. Quella di Lindsey Vonn sull’Olympia delle Tofane appartiene alla seconda categoria. Dodici secondi. Tanto è bastato perché il sogno olimpico si trasformasse in un incubo. Ma ciò che sta emergendo nelle ore successive rende tutto ancora più intenso: la campionessa aveva preso una decisione precisa prima di partire, pur sapendo di non essere nelle condizioni ideali per affrontare una discesa libera olimpica.

Il ritorno che sfidava il destino

A 41 anni, Vonn non era semplicemente un’atleta in gara. Era un simbolo. Un ritorno che aveva il sapore dell’ultima sfida, del cerchio che si chiude dove tutto è cominciato: tra le montagne che consacrano le leggende.

Ma dietro quell’immagine potente c’era una realtà fisica fragile. La sciatrice americana arrivava a Milano-Cortina 2026 con una rottura completa del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, infortunio rimediato poche settimane fa a Crans-Montana.

Una lesione che, per molti atleti, significherebbe stop immediato. Per lei no.

La scelta prima del via

Secondo quanto filtra dall’ambiente del team statunitense, Vonn avrebbe scelto consapevolmente di gareggiare nonostante il rischio. “Non potevo chiudere così”, avrebbe confidato nei giorni precedenti.

Non una gara qualsiasi. Non una stagione qualsiasi. Le Olimpiadi in casa europea, davanti a un pubblico che l’ha sempre amata. L’idea di ritirarsi senza provarci non era contemplata.

La dinamica della caduta

Le immagini parlano chiaro. Dopo appena dodici secondi dal cancelletto, all’atterraggio del primo salto, qualcosa si spezza. Il braccio sembra agganciarsi a una porta, l’equilibrio salta, il corpo viene proiettato sulla neve ghiacciata.

Il silenzio delle tribune è immediato. Vonn resta a terra. Non si rialza. Le urla di dolore si sentono nitide, taglienti.

In quel momento non si pensa più al cronometro, ma solo alla persona.

L’elicottero e la paura

I soccorsi sono rapidissimi. La gara viene sospesa. Dopo i primi controlli in pista, arriva la decisione più delicata: trasporto in elisoccorso. È una procedura che non lascia spazio a interpretazioni. Quando si chiama l’elicottero, significa che c’è il sospetto di un trauma serio. Il pubblico applaude mentre il velivolo si alza in volo. Non è un applauso sportivo. È un applauso umano.

Un gesto di coraggio o di incoscienza?

La domanda ora è inevitabile: era giusto provarci? Nel mondo dello sport di altissimo livello, il confine tra eroismo e azzardo è sottilissimo. Vonn lo conosce meglio di chiunque altro. Nella sua carriera ha affrontato operazioni, riabilitazioni infinite, ritorni che sembravano impossibili.

Ma questa volta il contesto era diverso. Un ginocchio già compromesso, una pista durissima, un’Olimpiade che amplifica ogni rischio.

La sua decisione era un atto d’orgoglio. Forse anche l’ultimo.

Cosa succede adesso

Il primo bollettino medico è atteso nelle prossime ore. L’attenzione è concentrata sul ginocchio sinistro, ma non si escludono ulteriori accertamenti. Per il team USA è un colpo pesantissimo. Per lo sci mondiale, un momento che impone riflessione.

Se questa fosse davvero l’ultima immagine olimpica di Lindsey Vonn, sarebbe un finale doloroso. Ma coerente con la sua storia: una carriera vissuta sempre al limite, sempre oltre. E forse è proprio questo che rende le leggende tali. Non la perfezione. Ma la scelta di provarci comunque.

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