Nel pieno di una guerra che continua a divorare vite e territori, la diplomazia torna a farsi strada. Una notizia che fino a poche settimane fa sarebbe sembrata impensabile riemerge oggi con forza dal fronte politico internazionale: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si dice pronto a incontrare direttamente Vladimir Putin.
Un’apertura che non nasce dal nulla, ma che matura in un contesto di trattative sotterranee, pressioni internazionali e logoramento militare. La disponibilità di Kiev, confermata dal ministro degli Esteri Andriy Sybiha, rappresenta un potenziale punto di svolta, ma arriva accompagnata da condizioni chiare e non negoziabili.
I nodi sul tavolo: territori occupati e Zaporizhia

Al centro dell’eventuale incontro ci sono due questioni decisive che da oltre due anni bloccano qualsiasi prospettiva di pace stabile. La prima riguarda i territori contesi, occupati dalla Russia dopo l’invasione e considerati da Kiev parte integrante e irrinunciabile dello Stato ucraino.
La seconda questione è ancora più delicata: la centrale nucleare di Zaporizhia. Il più grande impianto atomico d’Europa resta una mina geopolitica e ambientale, la cui gestione in condizioni di guerra rappresenta un rischio non solo per l’Ucraina, ma per l’intero continente.
Kiev chiede garanzie di sicurezza, controllo internazionale e un percorso chiaro verso la smilitarizzazione dell’area. Senza questo punto, sottolineano fonti diplomatiche, nessun accordo potrà essere considerato credibile.
Colloqui difficili ma un cambio di tono da Mosca
Secondo quanto riferito dal ministro Sybiha, i recenti colloqui ospitati ad Abu Dhabi sono stati estremamente complessi, ma segnati da un cambiamento nell’atteggiamento russo. La delegazione di Mosca avrebbe abbandonato le lunghe ricostruzioni storiche che avevano caratterizzato le fasi iniziali del conflitto, adottando un approccio più diretto e pragmatico.
Un segnale debole, ma sufficiente a riaprire uno spiraglio. La possibilità di un faccia a faccia tra i due leader viene letta come l’unico livello negoziale in grado di sciogliere nodi che i tavoli tecnici non sono riusciti a risolvere.
Un piano di pace a geometria variabile
Sul tavolo circola l’ipotesi di un piano di pace articolato in 20 punti, costruito su una struttura diplomatica inedita. L’Ucraina firmerebbe l’accordo con gli Stati Uniti, mentre la Russia sottoscriverebbe un documento speculare sempre con Washington.
L’Unione Europea, pur restando centrale sul piano politico ed economico, non figurerebbe come firmataria diretta. Un’impostazione pensata per affidare il ruolo di garanti a una superpotenza capace di esercitare pressioni reali su entrambe le parti.
Una soluzione che riflette la profonda crisi di fiducia reciproca e il ridimensionamento dei canali multilaterali tradizionali.
La guerra continua: droni, morti e civili colpiti
Ma mentre la diplomazia tenta di riemergere, la guerra sul campo non si arresta. Nella notte tra il 27 e il 28 gennaio la Russia ha lanciato 146 droni contro obiettivi ucraini. La difesa aerea di Kiev ne ha intercettati 103, ma non abbastanza da evitare vittime.
Nell’oblast di Kiev due civili sono morti nella comunità di Bilogorodska. A Kharkiv un drone ha colpito un treno passeggeri con oltre 155 persone a bordo, provocando cinque morti e numerosi feriti. Le immagini dei vagoni in fiamme hanno riacceso l’indignazione internazionale.
Eventi che rendono ogni trattativa fragile e costantemente esposta al rischio di collasso.
La risposta russa e l’allarme europeo
Dal fronte russo, la replica è arrivata per voce della portavoce Maria Zakharova, che ha accusato Kiev di sabotare il percorso di pace con presunti attacchi contro civili russi. Una narrazione che Mosca continua a utilizzare per delegittimare ogni apertura ucraina.
Intanto dall’Europa arriva un messaggio netto. L’Alta rappresentante per la politica estera ha ribadito che la Russia resta una minaccia strutturale per la sicurezza europea, puntando il dito anche sul sostegno economico e tecnologico fornito da Pechino al Cremlino.
La strategia europea rimane quella dell’isolamento economico, con l’obiettivo di ridurre i proventi energetici russi e limitare l’accesso a componenti critiche per l’industria bellica.
Un bivio storico
L’eventuale incontro tra Zelensky e Putin segnerebbe un momento storico, ma non garantisce una svolta automatica. Le distanze restano enormi, così come il peso politico e simbolico delle concessioni richieste.
In gioco non c’è solo la fine della guerra, ma la ridefinizione degli equilibri di sicurezza europei. E mentre la diplomazia prova a riaprire un varco, sul terreno continuano a cadere bombe, droni e civili.
La pace, se arriverà, passerà da decisioni che nessuno dei due fronti potrà permettersi di rinviare ancora a lungo.

















