Cinque anni. Cinque anni in cui il tempo si è fermato a quella mattina del 5 dicembre 2020, quando Alessandro Venturelli è uscito di casa a Sassuolo e non è più tornato. Cinque anni in cui i suoi genitori, Roberta Cassai e Roberto Venturelli, non hanno smesso di cercarlo un solo giorno. Nemmeno quando il corpo di Roberta ha ceduto, presentando un conto che nessuno avrebbe voluto pagare.
L’aneurisma e i 40 giorni in coma

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Roberta lo racconta con quella voce piatta di chi ha attraversato un dolore così grande da non avere più la forza di colorarlo. Ha avuto un aneurisma cerebrale. È rimasta 40 giorni in coma farmacologico. E in quei 40 giorni, nell’unico filo di coscienza che riusciva ad aggrapparsi alla realtà, c’era solo lui. “L’unica cosa che ricordo è Alle, l’avevo in testa e l’avevo nel cuore”, ha raccontato a Verissimo. “La vita mi sta chiedendo troppo”.
Una frase che dice tutto. Cinque anni di ricerche solitarie, di segnalazioni andate a vuoto, di viaggi tra Torino e l’Olanda, di notti trascorse sul divano a fissare il buio e chiedersi dove sia finito suo figlio. E in mezzo a tutto questo, il corpo che si ribella. “Sono 5 anni che cerco mio figlio da sola, che non abbiamo notizie di Alessandro, non abbiamo l’appoggio di nessuno”.
Quella mattina del dicembre 2020
Roberta ricorda ogni dettaglio di quel giorno con una lucidità che fa male. “Quella mattina avevamo litigato. È stata una discussione creata da lui, già aveva deciso che sarebbe scappato. Da una decina di giorni tramava qualcosa”. Nei giorni precedenti alla scomparsa, Alessandro dormiva con la madre e manifestava una paura intensa, inspiegabile. “Non siamo riusciti a farci dire da che cosa aveva paura. Avevamo un ottimo rapporto con lui, trasparente. Continuo a non capire perché sia andato via”.
Le telecamere lo hanno ripreso mentre si allontanava. Il padre Roberto ha provato a fermarlo, senza riuscirci. Alessandro ha scavalcato qualcosa — una soglia fisica e mentale — e si è dissolto nel nulla.
Le ricerche: segnalazioni, clochard e piste sbagliate
In cinque anni ne hanno percorse di strade. Torino, l’Olanda, le città di mezza Italia. “Ci sono state tante segnalazioni a Torino, abbiamo parlato con i clochard della città. Abbiamo trovato un ragazzo scomparso, ma non era Alessandro”, racconta Roberta. Ogni segnalazione è una fiamma che si accende e si spegne. Ogni volta ricominciare da capo.
Il padre Roberto conserva una speranza fragile ma necessaria: “In cuor nostro ci viene da dire che lui sia con qualcuno. Non pensiamo sia un senzatetto”. E aggiunge la domanda di un uomo che non chiede il ritorno ma solo la certezza: “Come figlio di Roberta e Roberto devi dirci che ci sei e che ti stai facendo la tua vita. Poi noi siamo a posto”.
Resta aperta l’ipotesi, suggerita anche dagli amici di Alessandro, di un cambiamento improvviso nei mesi prima della sparizione: “Come se avesse incontrato qualcuno che gli abbia fatto il lavaggio del cervello”. Una pista mai del tutto esplorata, mai del tutto abbandonata.
“Cerco mio figlio, non un paio di scarpe”
C’è una frase, tra tutte quelle pronunciate da Roberta, che rimane. “Cerco mio figlio, non un paio di scarpe. È la mia ragione di vita. Trascorro le mie notti sul divano e mi chiedo dove sia mio figlio”. Un dolore che non ha bisogno di spiegazioni, che non chiede comprensione ma la ottiene comunque, perché è il dolore più universale che esista.
La scomparsa di Alessandro Venturelli è stata archiviata. Ma per Roberta e Roberto non esiste archiviazione. Esiste solo la prossima mattina, la prossima segnalazione, il prossimo viaggio. E quel nome, Alessandro, che una madre ha tenuto in testa anche mentre il suo corpo stava cedendo in un letto di ospedale.