martedì, Aprile 21

Luciana Littizzetto si confessa: “In ospedale mi è mancato un compagno — ho paura”

Luciana Littizzetto si siede al Corriere della Sera e abbassa la guardia. Non del tutto — perché lei senza ironia non esiste — ma abbastanza da lasciare uscire qualcosa di vero, di intimo, di inaspettato. Un’intervista che fa ridere come sempre, ma che in certi passaggi arriva in un posto diverso dal solito.

La menopausa e la nebbia mentale

Si parte dalla biologia, con la leggerezza che è il suo marchio. La menopausa porta con sé la cosiddetta brain fog, la nebbia mentale. E Littizzetto la descrive con una precisione comica perfetta: “Ricordi a memoria ‘La nebbia agli irti colli’ nella versione di Carducci e di Fiorello, ma non ricordi più come si chiama il tuo amministratore di condominio o dove hai parcheggiato l’auto”. Una battuta che fa ridere e che insieme racconta qualcosa di vero su una fase della vita che troppo spesso si affronta in silenzio.

I genitori che non volevano che facesse la comica

Poi arriva la famiglia. I genitori non hanno mai davvero approvato la sua carriera comica: “Del mestiere che faccio ora non erano contenti per nientissimo”. E quando è arrivato il successo più evidente — Sanremo — la loro reazione è stata sorprendente nella sua autenticità: erano orgogliosi, sì, ma le chiedevano di non rifarlo, perché l’idea di vederla davanti a tutta quella gente li agitava.

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Eppure proprio questa opposizione, racconta Luciana, l’ha formata: “Dandomi contro, mi hanno indurito la scorza. Alla fine volevo riuscire a tutti i costi”. Una confessione che dice molto su come nasce la determinazione.

Vanessa e Jordan: “Per me restano ‘Lu’, ma prenderanno il mio cognome”

Il passaggio più toccante riguarda i figli. Vanessa e Jordan le sono stati affidati quando avevano 11 e 9 anni, oggi ne hanno 31 e quasi 29. Non la chiamano mamma — per loro resta “Lu” — ma il legame è cresciuto fino a una scelta molto concreta: “Hanno espresso il desiderio di avere il mio cognome. Stiamo aspettando che la burocrazia faccia il suo corso”. Un gesto che vale più di qualsiasi titolo.

Sul rapporto con loro oggi dice di cercare di stare “più alla loro altezza, sullo stesso piano”, anche se ammette: “Cerco di non essere sfinente, non sempre ci riesco”.

La malattia e la paura della solitudine

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