lunedì, Luglio 27

Paolo Crepet e il paradosso Sinner: “Ammiriamo la sua fatica, ma trattiamo i figli come pacchi Amazon”

Una fotografia impietosa della società contemporanea, che parte da un paradosso tutto italiano: l’ammirazione sconfinata per i campioni dello sport e, insieme, l’incapacità di educare i figli alla fatica. È l’analisi dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet, intervistato da Repubblica in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Riprendersi l’anima. «Possibile che sbracati sul divano ammiriamo Sinner e Alcaraz, che sanno cosa sono fatica e impegno, e poi ai nostri figli puliamo il nasino a 10 anni come a 20!?», è la domanda da cui muove la sua riflessione.

Il paradosso Sinner e i figli “pacchi Amazon”

Paolo Crepet e il paradosso Sinner, l'affondo dello psichiatra su genitori iperprotettivi, intelligenza artificiale e Big Tech

Il riferimento all’etica del sacrificio degli atleti d’élite non è casuale. Proprio in queste ore Jannik Sinner, reduce dal secondo trionfo consecutivo a Wimbledon, ha ufficializzato il ritiro dal Masters 1000 di Montreal, spiegando di aver preso «la difficile decisione» insieme al suo team per «dare priorità alla salute». Rinunce dolorose che raccontano una disciplina, secondo Crepet, sempre più assente nei modelli educativi.

Quando manca l’educazione alla fatica, sostiene lo psichiatra, subentra l’ipercontrollo, che a suo dire è la matrice dell’aggressività giovanile, nata «dalla frustrazione». E qui arriva l’immagine destinata a far discutere: «Non ci fidiamo di loro, li andiamo a prendere a scuola come pacchi Amazon». A questo approccio, Crepet contrappone un ideale giovanile fatto di audacia: i ragazzi che «osano», che sfidano le onde da velisti o vanno a cercarsi un lavoro in Antartide.

“L’IA ci fa scemi”: l’attacco alle Big Tech

L’analisi si allarga poi all’impatto del digitale sulle capacità cognitive e relazionali. «L’IA ci fa scemi, lo scroll e l’algoritmo anche», afferma Crepet, che punta il dito contro le multinazionali della Silicon Valley: «I signori delle Big tech ci vogliono individui e separati. Ma l’intelligenza non è individuale, è collettiva. Dunque o la esercitiamo o abdichiamo». Il rischio evocato è quello di un appiattimento sistemico capace di minare la democrazia stessa: «Ci vogliamo consegnare a una monarchia digitale? Vogliamo ospedali controllati dai robot, scuole coi robot, Wimbledon giocata dai robot?».

Non mancano le provocazioni sulle abitudini di consumo, con proposte volutamente estreme: «Vorrei il divieto di ordinare cibo a casa sotto i 35 anni». E sul dibattito relativo al divieto dei cellulari per i minori di 16 anni, la risposta è tranchant: «Divieto di stupidità generale. Avanti così e arriveremo a una bella telecamerina inserita nel feto per postare foto del nascituro».

“Anestetizzati dalle immagini”: l’allarme sulla desensibilizzazione

C’è infine un ultimo effetto collaterale della sovraesposizione mediatica su cui lo psichiatra accende i riflettori: la desensibilizzazione emotiva. «Siamo micragnosi, anestetizzati dalle immagini, non ci fanno più effetto. Guerre e gattini», osserva, richiamando la memoria collettiva per misurare il salto antropologico degli ultimi decenni: «Ma ci pensate all’effetto dello scatto della strage di Capaci ai tempi?».

L’invito conclusivo è a riscoprire la dimensione ludica e relazionale della vita, rigettando l’ossessione per la forma fisica fine a se stessa: «I nonni invece di fare a corsetta vadano a giocare coi nipoti. Vogliamo vivere fino a 130 anni ma senza vita, rinunciando a mangiare e bere, con l’aggeggio della pressione addosso». Parole che, come spesso accade con Crepet, divideranno il pubblico tra chi le considera verità scomode e chi semplici provocazioni. Ma che fotografano un disagio educativo e sociale con cui, in ogni caso, sarà difficile non fare i conti.