venerdì, Luglio 31

Ceuta, cosa sta succedendo e dove si trova: 57 morti, 50mila arrivi in un giorno e l’Italia che chiude le frontiere con la Spagna

Cinque chilometri di mare. È questa la distanza che separa la cittadina marocchina di Fnideq da Ceuta, e che nelle ultime 24 ore decine di migliaia di persone hanno tentato di percorrere a nuoto. Per almeno 57 di loro quel tratto d’acqua si è rivelato fatale.

Il nome di questa città è schizzato in cima alle ricerche online in Italia, accompagnato da una domanda ricorrente: dove si trova, esattamente? E perché un lembo di Spagna si ritrova in mezzo al Marocco? Partiamo proprio da qui, perché la geografia in questa vicenda spiega quasi tutto.

Ceuta dove si trova e perché è spagnola

Ceuta è una città autonoma spagnola in territorio africano, affacciata sullo Stretto di Gibilterra e circondata su ogni lato dal Marocco. Appartiene alla Spagna dal 1580 e conta poco più di 80mila abitanti, una popolazione mista di cristiani e musulmani che convive con i numerosi lavoratori pendolari in arrivo ogni giorno dal Paese confinante.

Insieme a Melilla, situata circa 400 chilometri più a est lungo la costa mediterranea, rappresenta l’unico confine terrestre tra l’Unione europea e l’Africa. Un’anomalia geografica che da decenni ne fa un punto di pressione migratoria costante.

C’è poi un nodo politico mai sciolto: il Marocco non riconosce Ceuta e Melilla come territori spagnoli e le definisce abitualmente “terre occupate”. Un contenzioso che, come vedremo, torna a pesare ogni volta che i rapporti tra Madrid e Rabat si raffreddano.

Cosa è successo nelle ultime 24 ore

Nella notte tra giovedì e venerdì i controlli lungo la frontiera sono di fatto collassati. Il ministero dell’Interno spagnolo stima in circa 49mila le persone entrate nell’enclave in un solo giorno; il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha parlato di una cifra ancora più alta, intorno alle 60mila.

Per dare la misura di cosa significhi, Vivas ha usato un paragone che si commenta da solo: «È come se in Spagna in 24 ore entrassero 34 milioni di persone. Una cifra che indica che è assolutamente impossibile assimilare questa pressione».

Le modalità di ingresso sono state diverse: molti a nuoto, aggirando la diga frangiflutti di El Tarajal; altri arrampicandosi sulla scogliera dell’Espigón; altri ancora forzando direttamente i cancelli di frontiera.

Il bilancio delle vittime

È stata proprio la traversata in acqua a produrre il conto più drammatico. Nel corso della giornata il numero dei corpi recuperati al largo dell’enclave è salito progressivamente, fino ad arrivare ad almeno 57 vittime, in gran parte annegate.

Le ricerche non sono ancora concluse: sono impegnate due squadre di sommozzatori del Gruppo per le Attività Subacquee Speciali (GEAS) della Guardia Civil, e il bilancio potrebbe purtroppo aggravarsi.

Tra chi è riuscito ad arrivare ci sono anche circa settemila minori, per la maggior parte non accompagnati. Alcuni sono poco più che bambini, partiti senza avvisare nessuno a casa.

La macchina dei rimpatri

Se l’ondata è stata improvvisa, altrettanto rapido è stato il movimento inverso. Alle 18 di oggi, secondo fonti del ministero dell’Interno spagnolo, oltre 48.300 persone erano già rientrate in Marocco.

In alcune fasi il ritmo dei rientri ha toccato le 150 persone al minuto. In diversi casi sono stati gli stessi militari, mobilitati a sostegno della Guardia Civil, ad accompagnare ai valichi chi chiedeva di tornare indietro. Qualcuno ha scelto persino di rifare la traversata a nuoto.

Dietro questa inversione ci sono ragioni molto concrete: strutture di accoglienza sature, notti passate all’aperto tra parchi, piazze e spiagge, e l’incertezza su cosa sarebbe successo dopo. Croce Rossa e volontari delle ong hanno distribuito cibo, acqua e vestiti asciutti, ma le necessità hanno superato di gran lunga le forze in campo.

Perché è successo? Le due ipotesi

Sulla causa scatenante non esiste ancora una risposta univoca, ma due piste si sono imposte nel dibattito.

La prima è quella indicata dal premier spagnolo Pedro Sánchez, arrivato oggi a Ceuta: la responsabilità sarebbe delle mafie del traffico di esseri umani, che avrebbero diffuso una lettura distorta di una recente sentenza della Corte Suprema spagnola secondo cui chi arriva a nuoto non può essere rimpatriato in modo immediato. Quell’interpretazione, ha detto Sánchez, si sarebbe diffusa «come la polvere da sparo» attraverso social e app di messaggistica. Diversi media marocchini confermano la circolazione di un messaggio molto semplice: la Spagna avrebbe aperto le porte e nessuno sarebbe stato rimpatriato.

La seconda pista è politica. Il ricercatore Matteo Villa dell’ISPI ha osservato che numeri di questa portata non si formano spontaneamente quando la media abituale è di poche centinaia al mese, e ha collegato l’accaduto al recente riavvicinamento tra Spagna e Algeria, con la visita di Sánchez ad Algeri del 20 luglio, primo viaggio del genere in quattro anni.

Un precedente esiste: nel maggio 2021 un episodio analogo, ma di dimensioni molto inferiori, si verificò durante la crisi diplomatica legata al Fronte Polisario e al Sahara Occidentale. Oggi però Sánchez ha assicurato che il dialogo con Rabat è «costante, fluido e molto ragionevole, a differenza di quanto successo nel 2021», evitando di attribuire responsabilità dirette al Marocco.

Schengen cos’è e cosa ha deciso l’Italia

Veniamo al passaggio che riguarda direttamente il nostro Paese. Lo spazio Schengen è l’area entro la quale i Paesi aderenti hanno eliminato i controlli sistematici alle frontiere interne, consentendo la libera circolazione delle persone.

Nel pomeriggio il Ministero dell’Interno ha disposto la chiusura delle frontiere marittime e aeree con la Spagna. La decisione è arrivata al termine del Comitato Analisi sull’Immigrazione e Sicurezza delle Frontiere, presieduto al Viminale dal ministro Matteo Piantedosi.

A questo si aggiunge, dopo un confronto telefonico tra Piantedosi e l’omologo francese Laurent Nuñez, un rafforzamento dei controlli lungo il confine terrestre tra Italia e Francia.

Un chiarimento tecnico è però necessario, ed è stato sollevato da più parti: Ceuta e Melilla non rientrano nello spazio Schengen alle condizioni ordinarie. Il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner ha ribadito che i controlli sulle persone in partenza dalle due enclave restano pienamente in vigore e che non si registrano movimenti verso il continente europeo o verso altri Stati membri.

Le reazioni: l’Europa e il resto del mondo

La crisi ha prodotto una sequenza ininterrotta di prese di posizione. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito «inaccettabili» le immagini arrivate da Ceuta, chiedendo lo stop immediato agli attraversamenti pericolosi, lo smantellamento delle reti di trafficanti e rimpatri rapidi.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha telefonato a Sánchez offrendo assistenza anche tramite Frontex, presente al porto di Ceuta con una trentina di operatori e pronta a potenziare il dispositivo. Solidarietà anche dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiesto al Marocco di applicare senza ritardi il Regolamento sui rimpatri. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha insistito su un punto: quella di Ceuta è una questione europea, non soltanto spagnola.

Da oltreoceano, Donald Trump ha letto la vicenda in chiave di politica interna americana, sostenendo che scene simili potrebbero ripetersi negli Stati Uniti in caso di vittoria democratica. Netta anche la posizione del Dipartimento di Stato, che ha attribuito l’accaduto a scelte politiche di Madrid.

Sul fronte umanitario, l’UNHCR ha chiesto a tutti i Paesi coinvolti di rispettare il diritto internazionale sui rifugiati, compreso il principio di non respingimento, ricordando che una gestione efficace delle frontiere resta pienamente compatibile con quelle norme.

Lo scontro politico italiano

In Italia il caso ha alimentato una polemica accesa. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani avevano già portato Madrid a convocare l’ambasciatore italiano Giuseppe Buccino Grimaldi, dopo che il capo della diplomazia spagnola José Manuel Albares aveva definito «indegno» il messaggio arrivato da Roma.

La segretaria del Pd Elly Schlein ha contestato la linea del governo ricordando che da Ceuta non esiste libera circolazione né verso la penisola iberica né verso gli altri Paesi europei. Sulla stessa posizione Carlo Calenda, che ha richiamato il regime speciale previsto per le enclave.

Di segno opposto l’intervento del vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), favorevole a una chiusura cautelativa dello spazio Schengen. Alla linea italiana ha dato sostegno anche la ministra dell’Interno finlandese Mari Rantanen.

La città paralizzata e la situazione a Melilla

Nel frattempo Ceuta si è fermata. Negozi, bar e ristoranti sono rimasti chiusi per l’incertezza, mentre venivano smantellati gli stand allestiti per le celebrazioni del santo patrono, ora annullate. Per gestire identificazioni e controlli sanitari le autorità hanno impiegato anche due navi, viste le condizioni di saturazione dell’hotspot cittadino.

Il presidente Vivas ha intanto definito la risposta di Madrid «tardiva» e «insufficiente», chiedendo un piano d’azione urgente per una situazione che ha definito insostenibile.

Tensioni si sono registrate anche a Melilla, dove il valico di Beni Enzar resta chiuso senza una data di riapertura. Nell’enclave sarebbero entrate tra le 300 e le 400 persone, in gran parte minorenni. Il presidente Juan José Imbroda ha parlato di un “effetto emulazione” rispetto a quanto avvenuto a Ceuta.

La situazione resta in evoluzione. I rientri verso il Marocco proseguono, mentre Sánchez ha aperto alla possibilità di studiare una riforma della legge sull’immigrazione per rendere i rimpatri transfrontalieri più rapidi ed efficienti.