Lo sconto sulle accise del gasolio potrebbe essere ormai al capolinea. Secondo le indiscrezioni riportate nelle ultime ore, il governo sarebbe orientato a non confermare la riduzione delle accise sul diesel, con una conseguenza immediata per gli automobilisti: il prezzo del carburante potrebbe aumentare sensibilmente alla pompa.
La data indicata è quella della mezzanotte di venerdì 18 settembre. Da quel momento, secondo lo scenario riportato, il prezzo del diesel potrebbe arrivare fino a 2,394 euro al litro al self service. Una prospettiva che rischia di pesare non soltanto sui bilanci delle famiglie, ma sull’intera economia, considerando l’importanza del gasolio per trasporti, agricoltura e attività produttive.
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Il governo pensa ai bonus per compensare l’aumento

Per attenuare l’impatto del rincaro sarebbero allo studio diverse misure. Una delle principali riguarderebbe le famiglie considerate fragili, con un miliardo di euro destinato ai nuclei con Isee inferiore a 20mila euro.
L’ipotesi sarebbe quella di riconoscere un contributo una tantum compreso tra 80 e 100 euro, attraverso la social card già utilizzata dai beneficiari delle misure di sostegno. Una soluzione mirata, dunque, che non intervenirebbe direttamente sul prezzo alla pompa ma cercherebbe di compensare almeno in parte la maggiore spesa sostenuta dalle famiglie più in difficoltà.
Per i lavoratori dipendenti il governo starebbe invece valutando un bonus benzina aziendale fino a 200 euro, con trattamento fiscale agevolato. C’è però un elemento tutt’altro che secondario: l’erogazione sarebbe volontaria da parte del datore di lavoro. Resta quindi da capire quante aziende sarebbero effettivamente disponibili a concedere il beneficio.
Per gli autonomi, invece, si valuta la possibilità di acquistare buoni carburante da portare successivamente in deduzione. Importi e modalità precise, tuttavia, sarebbero ancora da definire.
Trasportatori e agricoltori, gli altri interventi
Una delle categorie maggiormente esposte al caro gasolio è quella degli autotrasportatori. Per loro sarebbe previsto un incremento di 11,4 milioni di euro del fondo destinato al credito d’imposta, portandolo complessivamente a circa 371 milioni.
Il meccanismo dovrebbe consentire alle imprese di coprire attraverso il credito d’imposta una parte della maggiore spesa sostenuta per il gasolio. Il problema, però, è che il fondo sarebbe a saldi invariati: se le richieste dovessero superare le risorse disponibili, il beneficio effettivo per ogni impresa potrebbe ridursi.
Per il settore agricolo verrebbe invece confermato il credito d’imposta pari al 20% della spesa per il carburante. Misure che cercano di proteggere le categorie più esposte, ma che secondo i critici rischiano di non affrontare il problema alla radice.
Da dove arrivano i soldi per finanziare gli aiuti?
È proprio questo uno dei punti più delicati dell’intera operazione. Tra le ipotesi sul tavolo ci sarebbe il ricorso al cosiddetto extragettito Iva generato dall’aumento dei prezzi dei carburanti. In sostanza, una parte delle maggiori entrate fiscali prodotte dai rincari potrebbe essere utilizzata per finanziare gli interventi.
L’altra strada sarebbe quella della tassazione degli extraprofitti delle aziende energetiche. Una soluzione politicamente molto più forte, ma anche estremamente complessa da applicare.
Il problema nasce innanzitutto dal modo in cui dovrebbe essere calcolato l’extraprofitto. Stabilire quanto un’azienda guadagni “in più” rispetto a una situazione considerata normale non è semplice, soprattutto in un mercato internazionale nel quale prezzi, costi, importazioni e margini possono cambiare rapidamente.
Il precedente del 2022 pesa sulle scelte del governo
Un precedente importante è quello della tassa sugli extraprofitti energetici introdotta durante il governo Draghi. Le aspettative iniziali sul gettito erano molto elevate, ma le entrate effettivamente incassate furono decisamente inferiori alle stime, anche a causa dei numerosi ricorsi e contenziosi avviati dalle aziende interessate.
Un’altra esperienza citata nel dibattito è quella relativa alla tassazione degli extraprofitti bancari. Anche in quel caso il meccanismo fu modificato per evitare conseguenze sui mercati e consentire agli istituti di destinare le somme al rafforzamento patrimoniale.
Per questo una nuova tassa sugli extraprofitti rischierebbe di trasformarsi in una partita molto più complessa di quanto possa sembrare sulla carta. Se il costo dell’imposta venisse trasferito lungo la filiera, infatti, una parte del conto potrebbe comunque finire sul prezzo pagato dai consumatori.
La vera alternativa? Tagliare gli sprechi
Il ragionamento alla base della critica al governo è quindi un altro: invece di cercare nuove entrate attraverso tasse straordinarie o utilizzare il maggior gettito generato dai rincari, si potrebbe intervenire sulla spesa pubblica e sulle inefficienze.
Secondo la tesi sostenuta nell’analisi, sarebbero necessari circa 3,8 miliardi di euro per ridurre di 30 centesimi al litro il peso delle tasse su benzina e gasolio fino alla fine dell’anno. Una cifra che, rapportata alle dimensioni complessive del bilancio statale, viene indicata come potenzialmente reperibile attraverso un’operazione mirata di riduzione degli sprechi.
La questione, dunque, non riguarda soltanto il prezzo del diesel. Dietro l’ennesimo aumento dei carburanti si apre una partita politica molto più ampia: quanto deve intervenire lo Stato quando uno shock internazionale rischia di scaricarsi direttamente sulle famiglie e sulle imprese?
Da una parte ci sono bonus e contributi destinati a compensare, almeno in parte, gli aumenti. Dall’altra c’è chi chiede di utilizzare la leva fiscale in modo più diretto, riducendo temporaneamente il peso delle accise per evitare che il prezzo alla pompa diventi un ulteriore motore dell’inflazione.
Il governo dovrà quindi decidere quale strada seguire. Perché se il diesel supera davvero i due euro al litro, il problema non resterà confinato ai distributori: il costo del trasporto finirà inevitabilmente per riflettersi su merci, servizi e prezzi al consumo. E a quel punto la domanda sarà inevitabile: chi pagherà davvero il conto?