Gaza, Venezuela, America Latina, Medio Oriente, Africa, Trump, l’Occidente, l’imperialismo: tutto viene fuso in un unico racconto, dove ogni conflitto diventa parte di un grande disegno globale. Un granmix ideologico che ha un obiettivo preciso: alimentare mobilitazione emotiva e senso di appartenenza.
Non solo navi: la Flotilla batte cassa
Accanto alla propaganda politica, c’è un altro elemento centrale: il finanziamento. L’organizzazione non lo nasconde e parla apertamente della necessità di raccogliere centinaia di migliaia di euro per sostenere la nuova spedizione.
Le risorse servono per le imbarcazioni, la logistica, le comunicazioni e il supporto operativo. Ma anche — ed è questo il punto — per mantenere viva una macchina mediatica che, senza visibilità, rischierebbe di spegnersi rapidamente.
La chiamata ai volontari: dal mare alla passerella
Le posizioni aperte per l’arruolamento sono numerose e spaziano dai ruoli tecnici a quelli simbolici. Cercano capitani, membri dell’equipaggio, tecnici, ma anche figure senza alcuna esperienza marittima, imbarcate esclusivamente per “fare numero”.
Tra le richieste più curiose spicca quella di “costruttori ecologici”, chiamati a supportare presunte attività di ricostruzione e sviluppo sostenibile sotto coordinamento palestinese. Un obiettivo che, nei fatti, appare difficilmente realizzabile nelle condizioni operative reali.
Un progetto senza sbocco concreto
Il punto critico resta sempre lo stesso:
la Flotilla non ha reali possibilità di raggiungere gli obiettivi dichiarati. Le precedenti spedizioni lo dimostrano. Le navi vengono fermate, intercettate o bloccate prima di qualsiasi impatto concreto.
Eppure il progetto continua a riproporsi, perché la sua vera funzione non è operativa ma simbolica. È una macchina ideologica capace di garantire visibilità, legittimazione morale e una narrazione di appartenenza.
La funzione politica della Flotilla
Alla fine, la Flotilla serve soprattutto a questo: offrire una passerella mediatica a chi vi partecipa e una valvola identitaria a una parte della sinistra che cerca conferme morali più che soluzioni concrete.
Non cambia i rapporti di forza, non incide sul conflitto, non modifica gli equilibri geopolitici. Ma permette a chi vi aderisce di sentirsi “dalla parte giusta”, in un rituale politico che si consuma molto prima di salpare.

















