L’ottava volta è quella buona. La Bulgaria torna alle urne per l’ennesima volta in cinque anni di instabilità cronica e stavolta il verdetto è netto: Rumen Radev, ex presidente della Repubblica sceso in campo con una nuova formazione chiamata “Bulgaria progressista”, si avvia verso la maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento monocamerale. Un risultato che, se confermato dallo scrutinio finale, gli permetterebbe di governare senza alleanze. E che fa alzare più di un sopracciglio a Bruxelles.
Chi è Rumen Radev e perché preoccupa l’Europa

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Ex presidente della Bulgaria, Radev ha costruito la sua campagna attorno a tre concetti: lotta alla corruzione, fine del modello oligarchico e contrasto alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni. Messaggi che hanno fatto presa in un Paese stremato da anni di governi instabili, proteste di piazza e costo della vita alle stelle.
Ma è la sua postura in politica estera a rendere la sua vittoria delicata sul piano europeo. In passato Radev ha espresso dubbi sull’adozione dell’euro, definendola prematura, e ha assunto una linea prudente sul conflitto in Ucraina. Pur riconoscendo la Russia come aggressore, si è opposto all’invio di aiuti militari e finanziari, insistendo sulla necessità di una soluzione diplomatica. Dichiarazioni che gli hanno valso l’etichetta di filorusso o euroscettico — etichette che lui stesso ha sempre contestato, ma che rimangono appiccicate.
I numeri: Gerb affonda, i socialisti spariscono
Con circa il 65% delle schede scrutinate, il quadro che emerge è quello di una doppia débâcle per i partiti tradizionali. Il Gerb di Boyko Borissov — per anni il grande dominatore della politica bulgara — si ferma su percentuali nettamente inferiori rispetto al passato, subendo il calo più netto della sua storia recente. La caduta del governo Zhelyazkov, esponente del Gerb costretto alle dimissioni dopo accuse e manifestazioni, ha trascinato il partito verso il basso.
Ancora più clamoroso il dato dei socialisti, che non riescono a superare la soglia di sbarramento del 4% e restano fuori dal Parlamento. Una crisi profonda dei partiti storici che apre uno spazio enorme per le forze nuove — e Radev ne ha approfittato con una campagna capace di intercettare il malcontento diffuso.
Chi entrerà in Parlamento
Accanto alla formazione di Radev, le proiezioni indicano l’ingresso in Parlamento dei liberali di orientamento europeista, del partito della minoranza turca e di una formazione nazionalista. Un quadro articolato che, nonostante la possibile maggioranza autonoma di Radev, lascia intendere che il dibattito politico bulgaro non si semplificherà nel breve periodo.
Il contesto: cinque anni di caos politico
Per capire la portata di questo voto bisogna ricordare cosa ha vissuto la Bulgaria negli ultimi anni. Otto elezioni in cinque anni non sono il segno di un sistema sano: raccontano di un Paese incapace di trovare una stabilità, di governi che cadono uno dopo l’altro, di una classe politica che ha perso la fiducia dei cittadini. In questo contesto, la promessa di discontinuità radicale portata da Radev — con le sue dimissioni da presidente per scendere in campo, gesto senza precedenti — ha convinto un elettorato stanco di tutto il resto.
Se il risultato verrà confermato, la Bulgaria entrerà in una nuova fase. Con un leader che promette di spazzare via le oligarchie ma che sull’Europa e sulla Russia non ha mai nascosto posizioni scomode. L’ennesimo puzzle per Bruxelles, in un momento in cui il continente non ha bisogno di ulteriori incognite.