Il conflitto in Iran non sta influenzando solo la geopolitica e il prezzo del petrolio. Le conseguenze stanno iniziando a farsi sentire anche nella vita quotidiana, arrivando direttamente nel carrello della spesa. Secondo le prime stime degli osservatori economici, frutta e verdura potrebbero subire rincari fino al 50% nei prossimi mesi.
Il motivo è legato alla crisi energetica e al blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico, in particolare nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio internazionale. Oltre al petrolio, da questo stretto transitano anche enormi quantità di materie prime fondamentali per l’agricoltura, tra cui fertilizzanti e componenti chimici utilizzati nelle coltivazioni.
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Il caro carburanti colpisce anche l’agricoltura
Il primo effetto della guerra è stato l’aumento del prezzo del petrolio, che ha fatto immediatamente salire i costi del gasolio agricolo. Questo carburante è indispensabile per il funzionamento di trattori, macchinari e impianti utilizzati nelle aziende agricole.
Secondo l’Osservatorio del Centro Agroalimentare di Roma, l’aumento dei costi energetici si riflette direttamente sulle spese di produzione delle aziende agricole. Più aumentano carburanti ed energia, più diventa costoso produrre e trasportare frutta e verdura.
Il risultato è un aumento progressivo dei prezzi lungo tutta la filiera, fino ad arrivare ai supermercati e ai mercati cittadini.
Il nodo dei fertilizzanti
Ancora più preoccupante è però la questione dei fertilizzanti. Il Golfo Persico rappresenta infatti uno dei principali hub mondiali per la produzione e l’esportazione di sostanze come urea, fosfati e zolfo, elementi essenziali per la fertilizzazione dei campi.
Con il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, il commercio internazionale di questi prodotti sta subendo forti rallentamenti. In alcuni casi la catena di approvvigionamento si è addirittura fermata.
I dati indicano che il prezzo dell’urea è aumentato di circa il 30% in un solo mese. Una crescita che sta mettendo in difficoltà agricoltori e industrie alimentari in molte parti del mondo.
Fabbriche ferme e filiere interrotte
Le conseguenze della crisi si stanno già manifestando in diversi Paesi. Alcuni stabilimenti industriali in India e Pakistan hanno ridotto o sospeso la produzione a causa della mancanza di gas naturale proveniente dal Qatar, fondamentale per la produzione di fertilizzanti.
Anche l’Egitto, uno dei principali produttori della regione, è stato costretto a ricorrere al mercato internazionale acquistando materie prime a prezzi molto più elevati.
Secondo diversi analisti internazionali, questa situazione rischia di generare una crisi di approvvigionamento globale, soprattutto in vista della stagione delle semine primaverili nell’emisfero nord.
Il rischio di un aumento dei prezzi alimentari
Il problema principale riguarda i tempi. Le settimane che precedono la semina primaverile sono decisive per l’agricoltura mondiale. Se gli agricoltori non riusciranno ad acquistare fertilizzanti entro la primavera, molti saranno costretti a ridurre le superfici coltivate.
Questo significherebbe una diminuzione dei raccolti nei prossimi mesi e quindi un aumento dei prezzi alimentari sugli scaffali dei supermercati.
Secondo diversi osservatori economici, l’inflazione alimentare potrebbe diventare uno degli effetti più pesanti del conflitto in Medio Oriente. Dopo l’aumento dei prezzi dei carburanti, il rischio è che anche il costo del cibo subisca un’impennata significativa.
Le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi nei Paesi più vulnerabili, dove la disponibilità di fertilizzanti incide direttamente sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare.
Anche in caso di una riapertura rapida dello Stretto di Hormuz, gli esperti sottolineano che i tempi logistici della distribuzione renderebbero difficile recuperare la stagione agricola ormai compromessa.