Secondo quanto riportato, all’arrivo nella casa famiglia i bambini presentavano carenze nell’igiene personale, difficoltà di interazione con i coetanei e un evidente imbarazzo nei contesti di gruppo. Elementi che, per i servizi, indicavano una situazione di fragilità da monitorare con attenzione.
Il nodo della mediazione e della lingua
Un altro punto contestato riguarda la comunicazione con la famiglia, di origine anglo-australiana. La difesa sostiene che la barriera linguistica abbia influito negativamente sulla comprensione reciproca e che non sia stato attivato un vero percorso di mediazione familiare.
Secondo gli avvocati, l’assenza di un mediatore avrebbe reso più rigido il rapporto con i servizi sociali, alimentando incomprensioni e irrigidendo le posizioni fin dalle prime fasi dell’intervento.
Una vicenda che spacca l’opinione pubblica
Il caso della famiglia nel bosco è ormai diventato un simbolo. Da una parte chi difende il diritto a una scelta di vita alternativa, dall’altra chi richiama la necessità di garantire ai minori standard educativi e sociali condivisi.
Sui social il dibattito resta acceso. C’è chi parla di accanimento istituzionale e chi invece ritiene l’intervento doveroso. In mezzo, tre bambini che continuano a vivere lontani dalla loro casa e da una quotidianità che conoscevano.
Cosa succede ora
La Corte d’Appello dovrà ora pronunciarsi nel merito, valutando le relazioni dei servizi sociali, le memorie difensive e le eventuali repliche. I tempi non sono stati indicati, ma la sensazione è che serviranno ancora settimane.
Fino ad allora, la storia resta sospesa. Una famiglia divisa, una comunità che osserva e una domanda che continua a rimbalzare: qual è il vero confine tra tutela dei minori e rispetto delle scelte familiari?













