venerdì, Maggio 15

Garlasco, la famiglia Poggi rompe il silenzio sul risarcimento: “Pronti a restituire tutto”

Una somma dalla quale, però, devono essere sottratti:

  • i costi legali sostenuti in quasi vent’anni di processi;
  • le spese per consulenze tecniche;
  • gli accertamenti investigativi e processuali.

Tizzoni ha anche precisato che quei soldi sarebbero conservati su un conto dedicato. “Non vivono con quei soldi”, ha sottolineato il legale.

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La rabbia per le accuse online

Negli ultimi mesi, con la riapertura mediatica del caso Garlasco, la famiglia Poggi è tornata al centro di polemiche e accuse diffuse soprattutto sui social. Secondo il legale, alcuni utenti, blogger e creator avrebbero insinuato che i genitori di Chiara siano contrari a eventuali nuovi sviluppi investigativi per paura di dover restituire il risarcimento. Un’ipotesi che la famiglia considera offensiva e profondamente dolorosa.

“Sono stati aggrediti senza possibilità di replica”, ha spiegato Tizzoni.

Il riferimento è alle numerose trasmissioni online, podcast e contenuti pubblicati sul caso senza contraddittorio diretto.

Le denunce contro hater e blogger

Parallelamente si è aperto anche il fronte giudiziario contro gli odiatori social.

Secondo quanto emerso, sarebbero state presentate numerose denunce per:

  • diffamazione aggravata;
  • atti persecutori;
  • stalking online.

Le querele riguarderebbero blogger, youtuber, presunti testimoni e utenti anonimi che negli ultimi mesi hanno pubblicato accuse o ricostruzioni considerate false e lesive.

Nel mirino degli hater non ci sarebbero stati soltanto i genitori di Chiara Poggi, ma anche le cugine Stefania e Paola Cappa, finite nuovamente al centro dell’attenzione mediatica.

La posizione della famiglia Poggi

La famiglia continua a difendere la sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi a 16 anni di carcere. Allo stesso tempo, attraverso il proprio legale, ribadisce che eventuali nuovi sviluppi dovranno essere affrontati nelle sedi giudiziarie e non nel clima esasperato dei social network.

“Se qualcuno vuole mettere in discussione quella verità processuale, il confronto avverrà nelle aule di tribunale”, ha concluso Tizzoni.

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