Gli esami medici mostrarono che il virus stava provocando un rapido ingrossamento di fegato e reni, compromettendo seriamente il suo organismo.
Due settimane in terapia intensiva
La situazione divenne così grave da richiedere il ricovero immediato in terapia intensiva, dove Hasenhuttl rimase per circa due settimane.
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L’ex allenatore ha raccontato di aver vissuto giorni di enorme paura, senza sapere se sarebbe riuscito a sopravvivere.
“Il battito cardiaco era così forte che mi svegliavo di notte sentendo dei colpi nel petto”, ha spiegato.
In quel momento i medici gli dissero che non esisteva una cura immediata specifica: il corpo avrebbe dovuto produrre autonomamente gli anticorpi necessari per contrastare il virus.
“Bisognava aspettare e sperare di sopravvivere”, ha ricordato.
“Perché dovrei morire per un virus?”
Nel suo racconto emerge anche il lato psicologico della malattia. Hasenhuttl ha spiegato di aver cercato di respingere continuamente i pensieri peggiori.
“Mi sentivo giovane, sano e forte. Continuavo a pensare: perché dovrei morire per un virus?”, ha raccontato.
Fortunatamente il suo organismo riuscì a reagire e, dopo settimane di ricovero e recupero, l’allenatore riuscì a superare la fase critica.
Oggi la sua testimonianza è tornata al centro dell’attenzione internazionale proprio mentre cresce la preoccupazione per i recenti casi di hantavirus emersi durante la crociera della Mv Hondius, episodio che ha riacceso l’attenzione su un’infezione rara ma potenzialmente molto pericolosa.
Gli esperti continuano infatti a raccomandare attenzione soprattutto durante la pulizia di ambienti chiusi, cantine, soffitte, terrazzi o luoghi frequentati da roditori, dove il rischio di inalazione di particelle contaminate può aumentare sensibilmente.