domenica, Luglio 26

Caldo, freddo e inquinamento uccidono il cuore: la ricerca su 8 milioni di persone che cambia la prevenzione cardiovascolare

Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale. È anche un problema cardiologico. Una nuova ricerca presentata al congresso ESC Preventive Cardiology 2026 — l’appuntamento annuale dell’Associazione europea di cardiologia preventiva — lo dimostra con numeri che difficilmente si dimenticano: durante le ondate di calore, infarti e ictus aumentano del 7,5% già nel giorno stesso dell’esposizione. E quando a temperature estreme si aggiunge l’inquinamento, il rischio sale ancora.

Lo studio: 8 milioni di persone per 10 anni

I dati vengono dalla coorte polacca EP-Particles/Polish Smog, che ha studiato oltre otto milioni di residenti nella Polonia orientale tra il 2011 e il 2020. Un campione enorme, che ha permesso di collegare con precisione i dati su ricoveri acuti e mortalità alle esposizioni ambientali registrate sul territorio.

L’endpoint principale era quello dei MACCE — i principali eventi cardiovascolari e cerebrovascolari avversi: morte cardiovascolare, infarto miocardico e ictus ischemico. Nel decennio analizzato sono stati rilevati 573.538 MACCE, 377.373 decessi cardiovascolari e 831.246 morti per tutte le cause. Numeri enormi che rendono i risultati statisticamente solidi e difficilmente contestabili.

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Il caldo: effetto immediato e fulminante

Le ondate di calore colpiscono il cuore in modo rapido. Gli eventi cardiovascolari e cerebrovascolari maggiori aumentano del 7,5% già nel giorno stesso dell’esposizione. I decessi cardiovascolari crescono del 9,5%. Un effetto quasi immediato, che lascia poco tempo per intervenire e che spiega perché le estati sempre più calde stiano diventando un problema di salute pubblica di prima grandezza.

Il freddo: più lento ma più persistente

Le ondate di freddo funzionano diversamente: l’effetto è più lento ma più prolungato nel tempo. Il rischio di MACCE aumenta tra il 4% e il 5,9% nei giorni successivi all’esposizione, mentre il rischio di morte cardiovascolare cresce tra il 4,7% e il 6,9%. Un impatto che si accumula giorno dopo giorno, rendendo i periodi di freddo estremo altrettanto pericolosi per il cuore, pur con meccanismi diversi rispetto al caldo.

Il fattore moltiplicatore: l’inquinamento atmosferico

Il dato più rilevante dello studio riguarda però l’effetto combinato tra temperature estreme e qualità dell’aria. L’ozono e il benzo[a]pirene intensificano gli effetti delle ondate di calore, mentre ozono, PM2.5 e biossido di azoto aggravano l’impatto delle ondate di freddo. In pratica, respirare aria inquinata durante un’ondata termica — caldo o freddo — moltiplica il rischio cardiovascolare in modo significativo.

In una seconda analisi della stessa coorte, circa il 13% dei decessi cardiovascolari è risultato associato all’inquinamento atmosferico, pari a 71.440 anni di vita persi nel decennio osservato. Un dato che, da solo, giustifica politiche di qualità dell’aria ben più aggressive di quelle attualmente in vigore nella maggior parte dei Paesi europei.

I numeri globali: 1,8 milioni di morti l’anno per temperature non ottimali

Lo studio polacco si inserisce in un quadro scientifico internazionale sempre più preoccupante. Un’analisi pubblicata su JACC, basata su dati di 32 Paesi, stima che ogni anno circa 1,8 milioni di decessi cardiovascolari siano attribuibili a temperature non ottimali: l’8,20% legato al freddo e lo 0,66% al caldo — ma con una quota legata alle alte temperature in progressivo aumento nel contesto del cambiamento climatico.

Un altro studio internazionale, pubblicato su Circulation e basato su 567 città in 27 Paesi, ha rilevato che i giorni di caldo estremo sono associati a 2,2 decessi cardiovascolari aggiuntivi ogni mille morti cardiovascolari, mentre i giorni di freddo estremo arrivano a 9,1 decessi aggiuntivi ogni mille. L’insufficienza cardiaca è risultata tra le condizioni più vulnerabili agli sbalzi estremi di temperatura.

La risposta della cardiologia: ambiente come fattore di rischio prevenibile

Le principali società cardiologiche internazionali — ESC, American College of Cardiology, American Heart Association e World Heart Federation — hanno pubblicato nel 2026 un documento congiunto che invita esplicitamente a considerare gli stress ambientali come fattori prevenibili di malattia cardiovascolare. Nel documento vengono elencati tra i rischi principali: inquinamento dell’aria, rumore, luce artificiale notturna, contaminanti chimici e impatti del cambiamento climatico, comprese le ondate di calore.

Un cambio di paradigma importante: il cuore non si ammala solo per colesterolo, sedentarietà e fumo. Si ammala anche per l’aria che respiriamo e per il clima in cui viviamo. E con le estati sempre più calde, questo fattore di rischio diventerà sempre più difficile da ignorare.