martedì, Agosto 18

Maria Falcone contro Travaglio: “Frase indegna su mio fratello”

Maria Falcone ha replicato duramente a Marco Travaglio per una battuta dedicata al fratello Giovanni, il magistrato ucciso nella strage di Capaci del 23 maggio 1992. La frase, definita dalla sorella “indegna”, è comparsa nella rubrica quotidiana del direttore del Fatto Quotidiano.

È l’ultimo capitolo di una polemica che in una settimana ha visto il nome di Falcone passare di mano tre volte, sempre a proposito di altro.

Cosa ha scritto Travaglio

Nella rubrica “Ma mi faccia il piacere”, in cui commenta con repliche brevi e sarcastiche dichiarazioni altrui, Travaglio ha commentato un articolo del Foglio del 14 agosto. In quel pezzo Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala sostenevano che Falcone non si sarebbe mai seduto a cena con Valter Lavitola, l’imprenditore che ha ammesso di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci.

La replica del direttore è stata di sette parole, riferite all’incarico assunto da Falcone al ministero della Giustizia nel 1991: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”.

La risposta di Maria Falcone

La presidente della Fondazione intitolata al fratello è intervenuta con un lungo messaggio sui canali della Fondazione. Ha definito la frase un esempio di “cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti”, precisando che il fratello non lavorava per un governo ma per lo Stato italiano.

Nel passaggio più duro ha ricordato che Falcone non apparteneva ad alcun partito e ha definito doloroso vedere il suo nome usato, trentaquattro anni dopo Capaci, come argomento di polemica politica. Ha chiuso ricordando Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte, e osservando che di fronte a certe storie, a volte, il silenzio è la scelta più dignitosa.

Cosa faceva Falcone nel 1991

È il punto di merito, e vale la pena ricostruirlo perché è ciò che chiude la questione.

Nel 1991 Falcone accettò l’incarico di Direttore generale degli Affari penali al ministero della Giustizia, su chiamata dell’allora ministro Claudio Martelli. Non fu un avvicinamento alla politica: arrivò dopo una stagione di isolamento e delegittimazione vissuta a Palermo, dove — come ha ricordato la sorella — il lavoro giudiziario faticava a uscire dai cassetti del Tribunale.

In quei quindici mesi romani nacquero alcuni degli strumenti fondamentali dello Stato contro la criminalità organizzata: la Direzione nazionale antimafia, le Direzioni distrettuali antimafia e la Direzione investigativa antimafia, oltre alla normativa sui collaboratori di giustizia. Sono strutture tuttora operative.

Le reazioni politiche

La presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, ha chiesto a Travaglio di scusarsi. Sulla stessa linea il senatore di Fratelli d’Italia Raoul Russo, capogruppo in Antimafia, secondo cui il direttore dovrebbe rivolgere le proprie scuse a tutti i familiari delle vittime di mafia, ricordando che Falcone fu a suo tempo delegittimato anche da una parte della stampa.

È intervenuta anche Rita Dalla Chiesa, deputata di Forza Italia e figlia del generale Carlo Alberto, dichiarando di non poter accettare che quel nome venga associato al governo dell’epoca. Critico anche l’ex senatore del Pd Stefano Esposito.

Al momento in cui scriviamo non risulta una replica di Marco Travaglio.

Il contesto: una settimana di richiami

La vicenda si innesta su una polemica più ampia, aperta da un post dello stesso Sigfrido Ranucci intitolato “La voce che spaventa”, in cui il conduttore di Report aveva richiamato le figure di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sostenendo che la storia italiana non colpisce i suoi uomini migliori per debolezza ma per eccesso di chiarezza.

Quell’accostamento aveva già provocato reazioni dure, tra cui la richiesta del vicepremier Matteo Salvini di sospendere la collaborazione tra la Rai e il giornalista, e la replica sul Foglio di Violante, Grasso e Ayala. Da lì la battuta di Travaglio, e da lì la risposta della sorella.

Nel merito giudiziario, va ricordato che nel procedimento Ranucci è la persona offesa: gli inquirenti hanno finora escluso una sua consapevolezza dell’attentato. Il nome di Falcone, in tutto questo, non c’entra nulla — ed è esattamente ciò che la sorella ha chiesto di riconoscere.