La domanda arriva secca, quasi provocatoria, alla fine della conferenza stampa alla Camera dei deputati. I dati sull’economia, le promesse elettorali, il peso delle tasse sulle famiglie. Poi l’affondo: «Quando pensate di farlo?». Giorgia Meloni reagisce di scatto. Il tono cambia, il volto si irrigidisce. La risposta è immediata, prima ancora che la giornalista termini la frase: «Ma come si fa».
È uno dei momenti più tesi dell’incontro con la stampa, andato in scena venerdì 9 gennaio. Un passaggio che fotografa il clima politico ed economico di questo inizio 2026, tra aspettative crescenti e margini di manovra sempre più stretti.
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La replica piccata della premier
Meloni non nasconde il nervosismo e decide di affrontare la questione entrando nel merito. «Abbiamo speso diversi miliardi per calmierare i prezzi», afferma, ricordando che una nuova iniziativa del governo in questa direzione approderà in Consiglio dei Ministri già la prossima settimana. Poi ribalta la domanda: «‘Quando pensate di farlo’? Dall’inizio», risponde con tono secco.
La premier richiama i dati ufficiali e invita la cronista a guardare le statistiche: «Su inflazione e potere d’acquisto ci sono i dati dell’Istat, che dovrebbe aver letto». Un riferimento diretto che sottolinea la volontà di respingere l’accusa di immobilismo.
Salari e inflazione: lo scontro sui numeri
Il confronto si sposta quindi sul tema dei salari, uno dei nervi più scoperti del dibattito pubblico. Meloni contesta l’uso di un dato che indica un calo del 9%, ricordando che si tratta di una fotografia risalente al 2021. «È una dinamica che ci portiamo dietro da anni», spiega, collegandola prima alla pandemia e poi al picco inflazionistico.
Secondo la presidente del Consiglio, la svolta sarebbe arrivata solo dopo l’insediamento del suo esecutivo: «Ci è voluto del tempo perché i salari superassero l’inflazione. Quando ci siamo arrivati? Dopo un anno che eravamo al governo, nell’ottobre 2023, quando i salari hanno ricominciato a crescere».
Il nodo tasse e la pressione fiscale
È però sul capitolo tasse che la risposta si fa più articolata – e difensiva. Meloni allarga le braccia, quasi a voler chiudere simbolicamente il discorso: «Se lei fosse un esponente del sistema bancario potrebbe dire che le tasse aumentano, ma per tutti gli altri le tasse non aumentano».
La premier distingue tra pressione fiscale e livello reale delle imposte: «Continuiamo con il giochino della pressione fiscale, ma è un tema che riguarda le entrate e non le tasse». Poi rivendica l’azione del governo: «Abbiamo destinato migliaia e migliaia di euro alla diminuzione delle tasse. E se si è onesti lo si deve riconoscere».
L’autocritica controllata
Nel finale arriva una riflessione che suona come una autocritica misurata. «Si poteva fare di più? Certo», ammette Meloni. «Ma come procede un governo e un capo di governo? Si guarda alle risorse che si hanno e si scelgono le priorità». Un messaggio che punta a ridimensionare le aspettative: «Avrei voluto fare anche altro? Certo, ma non avevo le risorse per farlo».
La conferenza stampa si chiude così, con una premier visibilmente irritata ma determinata a difendere la linea dell’esecutivo. La domanda sulle tasse resta sul tavolo, insieme a un interrogativo più ampio che attraversa il Paese: quanto ancora potranno reggere cittadini e imprese prima di vedere risultati percepibili nella vita quotidiana.