“Perché ci hanno aggredito”: Crans-Montana, l’accusa ai proprietari del locale

Non si tratta, secondo chi ha seguito la vicenda, di un semplice momento di tensione isolato. L’aggressione diventa una lente attraverso cui osservare il clima che si respira a Crans-Montana dopo la strage: un misto di dolore, rabbia, paura e chiusura, che rischia di trasformarsi in ostilità verso chi prova a raccontare.

Il silenzio, le indagini e le domande irrisolte

Marocchi aveva già parlato nei giorni precedenti di un “ambiente poco collaborativo”. Un’impressione che trova eco nelle parole di alcuni legali delle famiglie delle vittime, che lamentano difficoltà, lentezze e un muro di silenzio attorno alle responsabilità. L’aggressione alla troupe Rai sembra inserirsi proprio in questo quadro, rafforzando il senso di opacità che circonda l’intera vicenda.

Il giornalista pone una domanda che resta sospesa e inquietante: la tragedia poteva essere evitata? È una domanda che torna, inevitabile, ogni volta che emergono nuovi elementi, nuovi video, nuove testimonianze. E che ora si accompagna a un altro interrogativo: perché raccontare fa così paura?

Quando raccontare diventa un rischio

L’episodio di Crans-Montana riporta al centro il tema della libertà di informazione in contesti ad alta tensione emotiva e giudiziaria. Raccontare, documentare, osservare diventa improvvisamente un atto percepito come minaccia. Non per ciò che viene detto, ma per ciò che potrebbe emergere.

Nel frattempo, mentre le indagini proseguono e le famiglie delle vittime attendono risposte, l’aggressione alla troupe Rai resta come un fotogramma simbolico: un momento che va oltre la cronaca e che racconta un clima, un contesto, una ferita ancora apertissima. Una ferita che, evidentemente, qualcuno preferirebbe non fosse guardata troppo da vicino.

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