Dietro lo scontro personale tra Donald Trump e Giorgia Meloni si nasconde una partita più concreta, fatta di dossier strategici ancora aperti sul tavolo tra Italia e Stati Uniti. I nuovi affondi del presidente americano hanno allargato la frattura con Palazzo Chigi, ma molti analisti leggono nelle sue parole un malcontento che va oltre la cronaca: dal dossier Iran alle basi militari, fino alle spese per la Difesa.
Temi sui quali si gioca il vero confronto tra Roma e Washington.
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La replica ferma di Meloni

Dopo il nuovo attacco affidato ai social, in cui Trump ha sostenuto che la premier vorrebbe “tornare amica” per risalire nei consensi, la presidente del Consiglio ha replicato con durezza, parlando di attacchi “gratuiti e insensati” e annunciando che sarebbe stata la sua ultima risposta. “La mia popolarità non ti riguarda, concentrati sulla tua”, ha dichiarato Meloni, aggiungendo un punto fermo sul piano istituzionale: gli accordi sulle basi statunitensi in Italia “non saranno violati” finché sarà lei a guidare il governo.
Il nodo Iran e le basi americane
Tra i motivi delle frizioni, secondo diversi osservatori, ci sarebbe proprio l’atteggiamento italiano nel conflitto in Iran. Trump ha accusato Roma di aver negato l’uso delle basi durante la crisi, un punto su cui il governo italiano mantiene una posizione differente. La questione si intreccia con i paletti sull’utilizzo delle infrastrutture militari americane presenti sul territorio nazionale, da sempre tema sensibile nei rapporti bilaterali.
Spese per la Difesa e programma Purl
Altri due fronti pesano sul confronto. Il primo riguarda le spese per la Difesa, che Washington considera ancora non adeguate rispetto agli impegni richiesti agli alleati Nato. Il secondo è la mancata adesione italiana al Purl, il programma che prevede l’acquisto di armi statunitensi destinate all’Ucraina da parte dei Paesi europei. A questi si aggiunge l’annunciata revisione della presenza militare Usa in Italia: dopo il colloquio tra Hegseth e il ministro Crosetto non era emersa una volontà di disimpegno dalle basi italiane, ma lo scenario resta da monitorare.
Gli appuntamenti diplomatici in arrivo
Sul piano del calendario, il prossimo banco di prova sarà il vertice Nato di Ankara, in programma il 7 e l’8 luglio, dove Meloni e Trump dovrebbero ritrovarsi faccia a faccia. In vista dell’appuntamento, il segretario generale Mark Rutte volerà a Washington per incontrare il presidente, collegandosi poi con i leader dell’E5 riuniti a Berlino su iniziativa di Friedrich Merz, con l’obiettivo di arrivare compatti al summit. Prima ancora, il 25 giugno, è previsto un bilaterale ad Antibes tra Meloni ed Emmanuel Macron, che si è detto colpito dall’attacco a Meloni.
Il caso del 4 luglio
Sul fronte interno, i riflettori sono puntati sulle celebrazioni per l’Independence Day, l’evento che a Roma si terrà il 2 luglio nella residenza dell’ambasciatore americano a Villa Taverna. Al momento non sarebbero arrivati ordini dal governo per disertare il ricevimento. La presenza della premier, peraltro, non era prevista già da giorni per altre ragioni. Tra le opposizioni, i leader del campo largo si preparerebbero a non partecipare, con l’eccezione di Matteo Renzi. Dal centrodestra è arrivata invece la presa di posizione del ministro Luca Ciriani: “Non ci vado, questa volta non c’è nulla da festeggiare”, ha dichiarato, precisando però che l’Italia resta “alleata e amica leale” degli Stati Uniti, “ma non suddita”.
Cosa cambia adesso
Il quadro mostra come la tensione tra i due leader si intrecci con questioni di sostanza, destinate a restare sul tavolo ben oltre lo scambio di battute. L’esecutivo punta a separare i rapporti tra i governi dalle storiche relazioni tra i due Paesi, evitando che la polemica degeneri in crisi diplomatica. Saranno i prossimi appuntamenti internazionali, a partire da Ankara, a indicare se la frattura potrà essere ricomposta o se i nodi irrisolti finiranno per pesare ancora a lungo.