Il Cremlino alza il livello dello scontro diplomatico alla vigilia del nuovo vertice tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, mettendo in discussione l’ipotesi di un cessate il fuoco sostenuta da Kiev e dai partner europei. Mosca considera quella proposta un errore strategico e punta a spostare il baricentro del negoziato lontano da Bruxelles.
Secondo fonti russe, prima dell’incontro con il presidente ucraino Trump avrebbe avuto un colloquio diretto con Vladimir Putin, questa volta su iniziativa americana. Subito dopo, il consigliere per la politica estera del Cremlino Yuri Ushakov ha chiarito la linea: una tregua immediata, sostengono Mosca e Washington, rischierebbe di congelare il conflitto senza risolverne le cause.
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La soluzione prospettata prevede invece la creazione di due tavoli paralleli, uno dedicato alla sicurezza e l’altro ai rapporti economici. Una mossa che, nei fatti, esclude l’Unione Europea dal centro del negoziato e ridimensiona il ruolo degli alleati occidentali nel processo decisionale.
Lo scontro con Bruxelles
La posizione russa si inserisce in una narrativa già consolidata. Il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha indicato apertamente l’Unione Europea come il principale ostacolo alla pace, accusandola di sostenere una linea intransigente insieme all’Ucraina e ai Paesi favorevoli al proseguimento dell’assistenza militare.
L’obiettivo politico è chiaro: indebolire il fronte europeo, attribuire a Bruxelles la responsabilità di un eventuale fallimento diplomatico e riportare il confronto su binari più favorevoli a Mosca. Sullo sfondo resta la richiesta russa di ridefinire l’intera architettura di sicurezza del continente, riducendo le garanzie offerte a Kiev.
Il 2026 come anno decisivo
Dietro l’offensiva diplomatica c’è anche una valutazione economica. Secondo analisti occidentali e funzionari europei, il 2026 potrebbe rappresentare un passaggio critico per la tenuta del sistema russo. Kiev, dal canto suo, ritiene di poter sostenere lo sforzo bellico se continuerà a ricevere finanziamenti e forniture adeguate.
La produzione interna di droni a lungo raggio è in forte aumento e l’Ucraina punta a intensificare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, in particolare le raffinerie. Una strategia che si affianca al regime di sanzioni imposto da Stati Uniti ed Europa.
Pressione sull’economia russa
Le ultime misure americane contro colossi energetici come Lukoil e Rosneft hanno contribuito a far scendere il prezzo del greggio russo sotto la soglia dei 40 dollari al barile, livello considerato critico per la sostenibilità del bilancio statale. Il Cremlino sta reagendo potenziando la cosiddetta “flotta ombra” e ricorrendo a reti di società intermediarie per aggirare i divieti.
La crescita economica resta debole. Nei primi tre trimestri dell’anno il Pil russo è aumentato di appena lo 0,6%, sostenuto quasi esclusivamente dalla spesa pubblica, in particolare quella militare. La difesa assorbe oggi oltre il 7% del Pil, una quota paragonabile agli ultimi anni dell’Unione Sovietica.
Fragilità nascoste
L’inflazione ufficiale si mantiene intorno al 6%, mentre i tassi di interesse restano molto elevati. Per sostenere il sistema, Mosca fa sempre più affidamento sul debito interno, con titoli acquistati dalle banche e rifinanziati dalla Banca Centrale. Un meccanismo che non pesa formalmente sul debito pubblico, ma che aumenta la vulnerabilità complessiva dell’economia.
La strategia russa sembra quindi puntare a guadagnare tempo sul piano militare e a spezzare la coesione occidentale su quello politico. In questo quadro, il sostegno dei Paesi Brics rappresenta per Mosca una risorsa chiave per compensare l’isolamento dai mercati occidentali.