lunedì, Luglio 6

Leonardo, il bimbo morto strozzato dalla felpa: “Vietate da 20 anni”, cosa si scopre

Emergono dettagli inquietanti sulla tragedia di Leonardo Ricci, il bimbo di due anni morto soffocato all’asilo nido di Soci, nel Casentino. Il laccio della sua felpa si sarebbe impigliato a un ramo nel giardino della scuola, provocando il soffocamento. Ma un particolare rende la vicenda ancora più drammatica: quel tipo di felpa non avrebbe mai dovuto essere indossato da un bambino così piccolo, secondo la normativa europea.

Leggi anche:Garlasco, torna il verbale di Alberto Stasi: le frasi su Chiara Poggi e gli ultimi giorni insieme

Leggi anche:Garlasco, nuova svolta nelle indagini: spunta un iPhone rimasto nascosto per 19 anni

Leggi anche:Frana sulla spiaggia in Italia: crolla un costone roccioso tra ombrelloni e bagnanti​

Una regola chiara dal 2007: niente lacci nella zona del collo

La normativa europea EN 14682 è in vigore dal 2007 e stabilisce con assoluta precisione che i capi destinati ai bambini da 0 a 7 anni non possono avere lacci, cordini o elementi pendenti nell’area del collo e del cappuccio. Il motivo è uno dei rischi più noti nell’abbigliamento infantile: il pericolo di strozzamento o impigliamento durante il gioco.

Nel 2014 la norma è stata aggiornata introducendo un’unica eccezione: eventuali lacci sono ammessi solo se non sporgono oltre 7 centimetri. Frange, corde decorative, cappucci con cordini lunghi: tutto vietato da oltre un decennio.

A spiegare la portata delle regole è Barbara Bertocci, direttrice creativa di un noto marchio di moda per bambini, che ha ricordato che “si tratta di norme obbligatorie per tutti i Paesi UE e di un principio base di sicurezza. Se un’azienda non le rispetta, scattano sanzioni”.

La domanda cruciale: da dove arrivava quella felpa?

Mentre la Procura di Arezzo indaga per omicidio colposo su cinque educatrici del nido “Ambarabà Ciccì Coccò”, un interrogativo rimane senza risposta: perché Leonardo indossava un capo non conforme?

Secondo gli esperti, possono esistere diverse possibilità:

  • capi molto vecchi, acquistati anni fa e ancora circolanti nelle famiglie;
  • prodotti artigianali o non certificati realizzati da piccole realtà che non seguono i parametri europei;
  • abiti economici o importati da mercati poco regolamentati.

Bertocci ha ricordato che “un capo a norma non può presentare lacci liberi nella parte del collo. La normativa è talmente precisa che lascia pochissimo margine di errore”.

L’indagine: cinque educatrici indagate

Sulla tragedia la Procura ha iscritto nel registro degli indagati cinque educatrici, tra cui la maestra che ha tentato di soccorrere il bambino ed è poi stata colpita da una grave crisi di ansia. L’avviso di garanzia servirà a garantire la loro presenza all’autopsia e agli accertamenti tecnici irripetibili.

Gli investigatori stanno cercando di chiarire se ci siano stati ritardi nella vigilanza o nei soccorsi e soprattutto quanto tempo sia passato prima che qualcuno si accorgesse che Leonardo non riusciva a respirare.

Una tragedia che riapre un tema dimenticato

La morte del piccolo riporta al centro l’attenzione su un aspetto che spesso le famiglie ignorano: non tutti i capi per bambini sul mercato sono conformi alle norme europee. Vecchi stock, capi riciclati o acquistati senza etichette chiare possono nascondere rischi enormi.

In questo caso, proprio un dettaglio che sembrava insignificante — un semplice laccetto — ha avuto conseguenze irreparabili. E ora, mentre la comunità di Soci continua a piangere Leonardo, resta aperta la questione: si sarebbe potuto evitare?