Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, legato alla riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, non sembra infiammare il Paese. È questo il dato politico più rilevante che emerge dall’ultimo sondaggio Ipsos in vista del voto: oggi il fronte del No è in leggero vantaggio con il 50,6%, contro il 49,4% del Sì. Un margine minimo, che rende però evidente un altro elemento destinato a pesare più di ogni altro: l’affluenza.
La consultazione, almeno per ora, fatica a mobilitare l’opinione pubblica. Solo il 10% degli italiani si definisce molto informato sui contenuti della riforma, mentre il 36% dice di essere abbastanza informato. Più della metà degli intervistati ammette invece di saperne poco o nulla. Anche la percezione dell’importanza del voto è tiepida: il 38% lo considera molto importante, il 22% “abbastanza”, ma un consistente 40% gli attribuisce poca o nessuna rilevanza.
Leggi anche:Ddl caccia approvato al Senato, l’appello di Gassmann a Mattarella: “Intervenga”
Leggi anche:Vannacci replica a Meloni: “Non distruggo, ricordo”. E sulla legge elettorale: “Tiri fuori gli attributi”

Opinioni divise sui contenuti della riforma
Quando si entra nel merito dei singoli punti, emerge un quadro frammentato. Circa la metà degli intervistati non esprime un’opinione precisa sui vari aspetti della riforma. Tra chi prende posizione, le percentuali sono quasi speculari.
Il 27% ritiene che la riforma ristabilisca un equilibrio tra i poteri dello Stato, oggi sbilanciati verso la magistratura, mentre il 25% pensa l’opposto. Il 25% vede nella riforma un rafforzamento dell’autonomia dei magistrati, contro il 24% che la considera un rischio per l’indipendenza della magistratura.
Maggiore consenso si registra sulla separazione delle carriere (30% favorevoli contro 24% che la giudicano inefficace) e sul rafforzamento della responsabilità dei magistrati e la riduzione del peso delle correnti (30% contro 22%). Numeri che mostrano un Paese sostanzialmente diviso, ma senza uno schieramento nettamente dominante.
Il nodo vero: chi andrà a votare
Il punto centrale resta però la partecipazione. Oggi solo il 36% degli aventi diritto si dichiara certo di recarsi alle urne, mentre un ulteriore 16% dice che probabilmente voterà. Di contro, il 48% ritiene certo o molto probabile di non partecipare.
I dati raccolti da Ipsos delineano tre scenari possibili, legati ai diversi livelli di affluenza.
Nel primo scenario, considerato al momento il più probabile, voterebbe poco più del 40% degli elettori. In questo caso, il No resterebbe avanti con il 50,6% contro il 49,4% del Sì.
Se però la partecipazione salisse al 46%, l’esito cambierebbe: il Sì passerebbe in testa con il 51,5% contro il 48,5% del No. Con un’affluenza al 52%, il massimo ipotizzabile oggi, il vantaggio del Sì diventerebbe più netto: 53,7% contro 46,3%.
Centrodestra compatto, opposizioni meno omogenee
Il sondaggio evidenzia anche una forte compattezza dell’elettorato di centrodestra, con orientamenti verso il No che oscillano tra il 2% e il 5%. Meno uniforme invece il comportamento dell’elettorato di opposizione.
Tra gli elettori del Partito Democratico, la quota di favorevoli al Sì varia tra il 10% e il 14% a seconda dello scenario. Nel Movimento 5 Stelle il Sì si attesta stabilmente attorno al 24%, mentre tra gli elettori delle altre liste oscilla tra il 27% e il 33%.
Un dato interessante riguarda proprio l’elettorato Pd e delle altre liste: il consenso al Sì tende a crescere con l’aumentare della partecipazione. Un elemento che rende la dinamica dell’affluenza decisiva anche in chiave strategica.
Una partita ancora aperta
Per il centrosinistra, una bassa partecipazione potrebbe favorire il mantenimento del vantaggio del No, grazie a un elettorato già mobilitato. Un aumento dell’affluenza, invece, rischierebbe di spostare l’ago della bilancia verso il Sì, anche intercettando parte dei propri elettori.
Per il centrodestra, al contrario, la priorità diventa incentivare la mobilitazione. Più cittadini alle urne significherebbero maggiori possibilità di ribaltare il risultato attuale.
Resta però un’incognita politica di fondo: la riforma Nordio non sembra, almeno finora, aver acceso un vero dibattito pubblico. Se la campagna elettorale dovesse intensificarsi nelle prossime settimane, l’interesse potrebbe crescere. Ma oggi, più che il merito dei singoli quesiti, a determinare l’esito del referendum sarà la capacità dei partiti di portare gli elettori alle urne.