Il conflitto in Ucraina rischia di trasformarsi in una lunga guerra di logoramento nel cuore dell’Europa. A dirlo è il generale Giorgio Battisti, già primo comandante del contingente italiano della missione Isaf in Afghanistan e membro del Comitato Atlantico, che alla vigilia dell’anniversario dell’invasione russa traccia un quadro tutt’altro che rassicurante.
“Una nuova guerra dei Trent’anni”

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Secondo Battisti, le prospettive attuali non lasciano intravedere una conclusione rapida del conflitto attraverso la diplomazia. “Sembra profilarsi una nuova guerra dei Trent’anni in Europa”, osserva, richiamando il lungo conflitto del Seicento ma con una differenza sostanziale: oggi lo scenario è dominato dalla tecnologia del XXI secolo.
In questi quattro anni, il campo di battaglia è cambiato radicalmente. Se da un lato ricorda le trincee della Prima guerra mondiale, dall’altro è caratterizzato dall’impiego massiccio di droni e sistemi unmanned, strumenti che hanno rivoluzionato la condotta delle operazioni militari rendendo il fronte più letale sia per i soldati sia per i civili.
Le condizioni di Mosca
Il generale sottolinea come i tentativi di mediazione finora non abbiano prodotto risultati concreti. Le richieste avanzate dal Cremlino restano sostanzialmente immutate: cessione dei quattro oblast già annessi (Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia), oltre alla Crimea, riduzione delle forze armate ucraine, esclusione dell’ingresso nella Nato e nessun dispiegamento di truppe occidentali sul territorio ucraino.
Per Battisti, la linea russa appare orientata a una soluzione che assomiglia più a un accordo di resa che a una tregua temporanea. Il nodo centrale resta il Donetsk, dove la parte ancora sotto controllo ucraino è difesa da una cintura di città fortificate costruita dal 2014, ritenuta strategica per la tenuta del fronte.
Sanzioni e alleanze
Le diciannove serie di sanzioni europee, secondo l’analisi, non avrebbero finora indebolito in modo decisivo Mosca. Diversi rapporti internazionali evidenziano la presenza di componenti occidentali negli armamenti russi, spesso ottenuti attraverso canali indiretti come Turchia, Cina o Emirati Arabi Uniti. A ciò si aggiunge il contributo della Corea del Nord in termini di uomini e munizioni.
Alla luce di questo quadro, il generale conclude che una fine rapida della guerra appare improbabile senza un cambiamento sostanziale nelle posizioni delle parti. “La storia insegna che non esiste una pace perfettamente equa – osserva – ma la pace dei vincitori e quella degli sconfitti”.