martedì, Luglio 14

Scoperta una faglia “invisibile” al largo della Sicilia: lo studio la mappa per la prima volta

Una gigantesca frattura della crosta terrestre, rimasta nascosta per decenni nelle profondità del Mar Ionio, potrebbe rappresentare una delle principali sorgenti di rischio sismico per la Sicilia orientale. È quanto emerge da un nuovo studio internazionale che ha permesso di mappare con precisione la Faglia Nord Alfeo, una struttura lunga circa 80 chilometri situata al largo della costa di Catania e ritenuta ancora pienamente attiva.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Tectonics, evidenzia come questa faglia sia in grado di accumulare enormi quantità di energia, contribuendo a migliorare la comprensione della sismicità dell’intera area mediterranea. Va chiarito subito, però, un punto: la faglia non è “nuova” nel senso di appena formata, ma era finora poco conosciuta. La vera novità è la sua mappatura dettagliata, non un pericolo comparso all’improvviso.

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La scoperta grazie ai robot sottomarini

Per ricostruire la struttura della faglia, i ricercatori hanno impiegato robot sottomarini, sofisticati sistemi acustici e tecniche di micro-batimetria, capaci di analizzare il fondale con una risoluzione di appena un metro. Il progetto ha coinvolto un team italo-francese, composto da studiosi dell’Università di Brest, del CNRS, dell’Ifremer, dell’Università di Catania e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

Grazie alle nuove tecnologie è stato possibile ottenere una vera e propria mappa tridimensionale della faglia, individuandone deformazioni recenti, scarpate sottomarine e numerose fratture secondarie.

Una struttura simile alla San Andreas

Lo studio descrive la Nord Alfeo come una faglia “trascorrente destra”, caratterizzata dallo scorrimento orizzontale di enormi blocchi rocciosi, con una dinamica simile a quella della celebre faglia di San Andreas, in California. Nel tratto analizzato, lungo circa 15 chilometri, gli studiosi hanno osservato profonde fratture, depressioni e una grande piattaforma rialzata di circa cento metri rispetto alle aree circostanti: chiari segnali di una struttura ancora in movimento.

Esperimenti di laboratorio hanno poi confermato il comportamento della faglia, riproducendo fedelmente le deformazioni osservate sul fondale ionico.

L'”orologio geologico” dell’Etna

Tra gli aspetti più innovativi c’è la possibilità di ricostruire l’attività della faglia negli ultimi millenni grazie a un vero e proprio “orologio geologico” naturale. Attraverso carotaggi dei sedimenti marini, gli studiosi hanno individuato uno strato di lapilli riconducibile alla gigantesca eruzione dell’Ellittico dell’Etna, avvenuta circa 16.700 anni fa.

Analizzando come questo livello vulcanico sia stato deformato dai movimenti della faglia, è stato possibile misurare spostamenti verticali compresi tra 3 e 6 metri, a conferma che la struttura è rimasta attiva fino a tempi geologicamente recenti.

Cosa dice sul rischio sismico

Sulla base delle dimensioni della faglia e delle deformazioni osservate, gli autori ritengono che alcuni segmenti della Nord Alfeo possiedano l’energia necessaria per produrre terremoti di magnitudo compresa tra 6 e 6,3. Gli scienziati ricordano che la Sicilia orientale è già una delle aree a maggiore rischio sismico del Mediterraneo, teatro in passato di eventi devastanti come il terremoto della Val di Noto del 1693 e quello di Messina del 1908.

Proprio per questo la nuova mappatura è considerata preziosa: non perché annunci un terremoto imminente, ma perché consente di conoscere meglio le strutture tettoniche sommerse e di affinare le future valutazioni del rischio, uno strumento in più per la prevenzione.

Un indizio anche sull’origine dell’Etna

Secondo i ricercatori, la Faglia Nord Alfeo non è un elemento isolato, ma la manifestazione superficiale di un più ampio processo geodinamico legato alla subduzione della placca Ionica sotto l’arco calabro. Lo studio inserisce la struttura nella categoria delle cosiddette “STEP fault”, grandi faglie presenti ai margini delle zone di subduzione, associate in altre parti del mondo anche a terremoti molto violenti.

Comprendere il funzionamento di questa faglia, concludono gli studiosi, significa non solo migliorare la valutazione del rischio sismico della Sicilia orientale, ma anche fare nuova luce sui meccanismi geologici che hanno contribuito alla formazione e all’evoluzione dell’Etna.