Il giorno dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, la domanda più attesa era una sola: Carlo Nordio si dimette? La risposta del Guardasigilli è arrivata chiara, in più interviste nelle ore successive al voto: no. “No, perché? Fa parte della politica perdere le elezioni”, ha detto il ministro, respingendo con una certa fermezza le richieste di un passo indietro. E richiamando precedenti storici — sconfitte che hanno colpito figure di primo piano della politica internazionale — per inquadrare il risultato come parte del normale confronto democratico, non come una resa personale.
Nordio non si nasconde però dietro una difesa totale. Anzi, il passaggio più interessante delle sue dichiarazioni è quello in cui sceglie di assumere in prima persona la responsabilità dell’esito: “Sì, ho perso io, è anche una sconfitta mia, di cui rivendico la paternità.” Un’ammissione che non è debolezza — è la rivendicazione di chi ci ha creduto fino in fondo e non ha intenzione di scaricare il peso su altri. “Era una battaglia in cui credevo e l’abbiamo persa perché il popolo non ci ha creduto”, aggiunge. Poche parole, nessuna scusa.
Ma cosa succede adesso? Cosa rimane in piedi e cosa si ferma? E il governo regge?