Mentre lo Stretto di Hormuz resta al centro di tensioni militari e diplomatiche che non accennano a placarsi, qualcuno ha già cominciato a pensare a un piano B. E quel qualcuno si chiama Turchia. Il progetto che prende forma in queste settimane potrebbe ridisegnare in modo permanente le rotte energetiche tra Medio Oriente ed Europa — con Ankara nel ruolo di protagonista assoluta.
L’idea: un oleodotto da Bassora a Ceyhan

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A lanciare la proposta è Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, in un’intervista al quotidiano turco Hürriyet. Il ragionamento è semplice nella sua logica: il sistema attuale, che dipende in modo massiccio dal transito attraverso Hormuz, è diventato strutturalmente fragile. La crisi con l’Iran non è risolvibile nel breve periodo. Serve un’alternativa concreta.
L’alternativa proposta è un nuovo oleodotto che colleghi i giacimenti di Bassora, nel sud dell’Iraq — dove si concentrano circa 90 miliardi di barili di riserve certificate, pari al 90% delle esportazioni petrolifere irachene — al terminale di Ceyhan, sulla costa turca del Mediterraneo. Un’infrastruttura che beneficerebbe tre attori: Iraq, Turchia e soprattutto Europa, che da anni cerca di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico.
Perché Hormuz non basta più
Il timing della proposta non è casuale. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, con il blocco navale americano e le rappresaglie iraniane, stanno trasformando un rischio teorico in una concreta emergenza per il mercato energetico globale. L’Iraq è particolarmente esposto: gran parte del suo petrolio esce proprio da Bassora e transita per Hormuz. Un blocco prolungato sarebbe devastante per Baghdad, e a cascata per tutti i Paesi che da quel greggio dipendono.
Le alternative via mare esistono, ma sono anch’esse vulnerabili. Lo Stretto di Bab el-Mandeb, l’altra arteria vitale del commercio energetico globale, è già sotto pressione degli Houthi yemeniti. In questo contesto, le infrastrutture terrestri tornano ad avere un valore strategico che non avevano da decenni.
La strategia di Ankara: dalla dipendenza al dominio
La Turchia parte da una posizione apparentemente paradossale: è uno dei Paesi europei più dipendenti dalle importazioni energetiche, con circa il 90% del fabbisogno nazionale coperto dall’estero e una bolletta annua tra i 60 e i 65 miliardi di dollari. Eppure è proprio questa dipendenza che ha spinto Ankara a costruire, negli anni, una rete infrastrutturale invidiabile.
L’oleodotto Baku-Ceyhan, lungo 1.700 chilometri, trasporta già fino a 1,2 milioni di barili al giorno verso il Mediterraneo. Il Bosforo vede transitare quotidianamente oltre 3,5 milioni di barili. E nelle ultime settimane Iraq e Kurdistan hanno concordato la riapertura dell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, con una capacità di 250.000 barili giornalieri. Aggiungere un collegamento diretto da Bassora a questo sistema esistente trasformerebbe la Turchia nel principale hub energetico tra Asia ed Europa.
Erdoğan vede più lontano: non solo petrolio
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha già presentato la Turchia come un’“isola di stabilità” capace di trarre vantaggio