Le alternative via mare esistono, ma sono anch’esse vulnerabili. Lo Stretto di Bab el-Mandeb, l’altra arteria vitale del commercio energetico globale, è già sotto pressione degli Houthi yemeniti. In questo contesto, le infrastrutture terrestri tornano ad avere un valore strategico che non avevano da decenni.
La strategia di Ankara: dalla dipendenza al dominio
La Turchia parte da una posizione apparentemente paradossale: è uno dei Paesi europei più dipendenti dalle importazioni energetiche, con circa il 90% del fabbisogno nazionale coperto dall’estero e una bolletta annua tra i 60 e i 65 miliardi di dollari. Eppure è proprio questa dipendenza che ha spinto Ankara a costruire, negli anni, una rete infrastrutturale invidiabile.
L’oleodotto Baku-Ceyhan, lungo 1.700 chilometri, trasporta già fino a 1,2 milioni di barili al giorno verso il Mediterraneo. Il Bosforo vede transitare quotidianamente oltre 3,5 milioni di barili. E nelle ultime settimane Iraq e Kurdistan hanno concordato la riapertura dell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, con una capacità di 250.000 barili giornalieri. Aggiungere un collegamento diretto da Bassora a questo sistema esistente trasformerebbe la Turchia nel principale hub energetico tra Asia ed Europa.
Erdoğan vede più lontano: non solo petrolio
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha già presentato la Turchia come un’“isola di stabilità” capace di trarre vantaggio