martedì, Luglio 14

Legge elettorale, il governo va sotto alla Camera per un voto: bocciato l’emendamento sulle preferenze

Colpo di scena alla Camera sulla nuova legge elettorale. L’aula ha respinto per un solo voto l’emendamento della maggioranza sulle preferenze, il cosiddetto emendamento Bignami. Lo scrutinio, avvenuto a voto segreto, si è chiuso con 188 voti contrari e 187 favorevoli. All’annuncio del risultato, i banchi delle opposizioni sono esplosi in un boato di esultanza.

L’emendamento era stato promosso da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro, mentre da Lega e Forza Italia erano emerse perplessità, al punto che i partiti di Salvini e Tajani avevano rifiutato di sottoscrivere la proposta. Con il voto in aula, complice anche l’azione dei cosiddetti “franchi tiratori”, le contraddizioni interne alla coalizione sono venute a galla.

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La sfida lanciata da Meloni

Nel pomeriggio, poche ore prima del voto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni era intervenuta pubblicamente sui social con un messaggio netto, sfidando apertamente le opposizioni: “Sì alle preferenze, no al voto segreto. Metteteci la faccia”.

I leader di minoranza avevano replicato a tono, accusando FdI di voler far passare un emendamento a loro dire “truffaldino”, con preferenze soltanto apparenti: la critica è che i capilista blindati avrebbero comunque monopolizzato i seggi sicuri. Alla fine il voto è arrivato, con l’esito che ha ribaltato le previsioni della maggioranza.

Conte e Schlein: “Andate a casa”

Per le opposizioni si tratta di un vero e proprio voto di sfiducia. “Ci sono momenti in cui, quando si ha un alto incarico di governo, ci si deve prendere la responsabilità delle proprie decisioni”, ha dichiarato in aula il leader del M5S Giuseppe Conte, sostenendo che Meloni avrebbe “sfidato il Parlamento” per poi uscirne sconfitta. “Ora aprite una crisi di governo, andate a casa perché tocca a noi”, ha aggiunto.

Sulla stessa linea la segretaria del Pd Elly Schlein: “Questo è stato un voto contro l’arroganza di chi pensa che, in un Paese a crescita zero, la priorità fosse la legge elettorale. Hanno fallito ed è il momento di andare a casa”. Anche il segretario di +Europa Riccardo Magi ha parlato di “voto di sfiducia pieno”, invitando la premier a salire al Colle.

La replica della maggioranza

Di segno opposto la lettura del centrodestra. Il capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, ha attaccato duramente le opposizioni, accusandole di incoerenza: a suo dire avrebbero dichiarato di volere le preferenze salvo poi votare contro, senza presentare proposte alternative. “La differenza è tra chi si assume la responsabilità delle proprie azioni e chi si nasconde”, ha dichiarato, rivolgendo agli avversari l’accusa di “vigliaccheria”.

Gli ha replicato Riccardo Ricciardi del M5S: “Non capisco il richiamo a metterci la faccia: noi abbiamo detto di votare no, voi avete detto sì e ha vinto il no. Avete perso, questa è la realtà”. Un botta e risposta che fotografa la distanza tra le due letture dello stesso voto.

Cosa succede ora

Sul piano istituzionale è bene chiarire un punto: la bocciatura di un emendamento non equivale automaticamente a una sfiducia al governo, che è invece un atto formale con una procedura propria. La richiesta di “crisi” e di dimissioni resta dunque, allo stato, una posizione politica dell’opposizione, non un obbligo costituzionale per l’esecutivo.

Resta il fatto che il voto ha esposto in modo netto le divisioni interne alla maggioranza, in particolare tra FdI da un lato e Lega e Forza Italia dall’altro, sul tema delle preferenze. Sarà ora il confronto dei prossimi giorni, dentro e fuori dal Parlamento, a chiarire se e come la vicenda avrà conseguenze sugli equilibri di governo e sul percorso della riforma elettorale.