Il percorso giudiziario di Contrada è stato uno dei più tormentati della storia giudiziaria italiana. Il 5 aprile 1996 arrivò la prima condanna a 10 anni di carcere. La Corte d’appello il 4 maggio 2001 lo assolse. La Cassazione rinviò gli atti. Nel 2006, dopo 31 ore di Camera di consiglio, la Corte d’appello palermitana lo condannò di nuovo a 10 anni. Condanna confermata dalla Cassazione l’anno successivo. Contrada scontò la pena tra carcere e domiciliari, con la fine pena nell’ottobre 2012.
Ma la battaglia non era finita. L’Italia fu condannata due volte dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo: la prima nel febbraio 2014 perché il detenuto non avrebbe dovuto restare in carcere quando chiese i domiciliari per le sue condizioni di salute; la seconda perché Contrada non avrebbe dovuto essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, in quanto all’epoca dei fatti — tra il 1979 e il 1988 — il reato “non era sufficientemente chiaro” nell’ordinamento italiano. Un principio fondamentale del diritto penale: non si può essere condannati per un reato che non era chiaramente definito al momento della sua commissione.
“Voglio l’onore che mi hanno tolto”: gli ultimi anni e il risarcimento
Negli ultimi anni Contrada aveva continuato a battersi per ottenere il riconoscimento della propria innocenza — o almeno della illegittimità della sua condanna. Ripeteva sempre la stessa frase: “Voglio l’onore che mi hanno tolto. Non ho perso fiducia nello Stato.” Una postura che molti leggevano come ostinazione, altri come dignità. Alla fine, la prima sezione della Corte d’Appello di Palermo accolse la sua domanda di riparazione per ingiusta detenzione, riconoscendogli un indennizzo di 285.342 euro, sentenza confermata dalla Cassazione nel 2023. Un riconoscimento parziale, lontano dalla piena riabilitazione che aveva sempre cercato. Ma l’unico che le istituzioni italiane gli avevano concesso.



















