giovedì, Luglio 16

Crans-Montana, la frase choc di Moretti prima del rogo

Una frase pronunciata pochi istanti prima dell’inferno. Parole che oggi risuonano come una condanna morale e che potrebbero diventare anche un elemento centrale nelle indagini sulla strage di Crans-Montana. «C’è pochissima gente». È questo il pensiero che ossessionava i proprietari del locale Le Constellation nella notte di San Silvestro, mentre all’interno del discobar si stava consumando una delle peggiori tragedie della storia recente svizzera.

Secondo quanto emerge dalle testimonianze e dagli atti, Jessica Moretti, co-proprietaria del locale insieme al marito Jacques Moretti, non avrebbe manifestato preoccupazione per la sicurezza o per il sovraffollamento, ma per l’esatto opposto: pochi clienti, pochi incassi, poca “atmosfera”. «Dobbiamo farne entrare di più», avrebbe ripetuto poco prima del rogo. Una frase che oggi appare agghiacciante.

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Più clienti, più profitto: la notte della tragedia

Mezzanotte di San Silvestro. Nel locale si balla, si brinda, si accendono fontane pirotecniche, diventate negli anni una vera e propria “specialità” del Constellation. Ma quella sera, secondo quanto riferito, i proprietari sarebbero stati insoddisfatti dell’affluenza. L’obiettivo era chiaro: aumentare il numero di persone all’interno per creare la cosiddetta atmosfera giusta.

Una logica che oggi, alla luce di 40 morti e decine di feriti, assume contorni drammatici. Le indagini dovranno stabilire se quella pressione ad “aprire le porte” abbia contribuito a rendere il locale ancora più pericoloso in un contesto già segnato da gravi carenze strutturali.

Cyane, la ragazza “cresciuta come una figlia”

Tra le vittime c’è Cyane Panine, 24 anni, una delle ragazze che lavoravano nel locale. Jessica Moretti la definiva «come una sorellina». Eppure, quella notte, Cyane muore soffocata e bruciata insieme a decine di altri giovani.

Quando Jacques Moretti riesce a forzare una porta secondaria e a rientrare nel locale devastato dal fumo e dalle fiamme, il corpo della ragazza è già a terra, senza vita. In strada, lui e il fidanzato tentano disperatamente di rianimarla per oltre un’ora. I soccorritori, alla fine, li fermano: non c’è più nulla da fare.

Le prime ore: social chiusi e video cancellati

Nelle ore immediatamente successive alla strage, mentre Crans-Montana piange le vittime, accade qualcosa che non passa inosservato agli investigatori. I profili social del locale vengono chiusi. Spariscono i video promozionali. Proprio quelli in cui compaiono le fontane pirotecniche, accese a pochi centimetri dal soffitto.

Jacques Moretti ammette l’uso dei bengala «ai compleanni dei clienti», sostenendo che durassero «30 o 40 secondi» e che nessuno potesse toccarli. Ma le immagini circolate in rete raccontano un’altra storia.

Bengala, petardi e “Thunder King”: cosa hanno trovato gli inquirenti

L’istituto forense di Zurigo, durante l’ispezione del locale distrutto dal fuoco, trova 25 bengala già utilizzati, molti dei quali vicino ai tavoli e alle bottiglie. In uno stanzino adibito a deposito emergono altri 100 bengala ancora confezionati.

Non solo. Gli investigatori rinvengono anche un borsone con 14 petardi, tra cui sei potenti “Thunder King”, materiale altamente pericoloso in un ambiente chiuso e affollato.

Uscite chiuse e pannelli fai-da-te

Altro nodo centrale dell’inchiesta riguarda le vie di fuga. Una, secondo Moretti, sarebbe stata «ben segnalata». I testimoni lo smentiscono. L’altra, quella di servizio, risulta chiusa a chiave dall’interno.

Infine il soffitto. I pannelli fonoassorbenti, montati dallo stesso proprietario con un intervento di fai-da-te. «Ho fatto dei test, impossibile che si potessero incendiare», avrebbe dichiarato. Ma la realtà è un’altra: quelle spugne hanno preso fuoco in pochi secondi, trasformando il locale in una trappola mortale.

Una tragedia annunciata

Quella di Crans-Montana non appare più come una fatalità, ma come il risultato di una catena di superficialità, negligenze e controlli mancati. Un locale trasformato in un simbolo di avidità e irresponsabilità, dove la priorità sembrava essere il profitto e non la sicurezza.

A pagare, come sempre, sono stati i ragazzi. Ora spetta alla giustizia stabilire le responsabilità e presentare il conto a chi, quella notte, ha scelto di far entrare “più gente” invece di proteggere delle vite.