La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran non nasce dal nulla. Dietro la notte di raid americani e i contrattacchi iraniani contro le basi statunitensi nel Golfo si nasconde un braccio di ferro che va avanti da mesi e che ruota attorno a un punto preciso: il controllo dello Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo da cui passa una quota decisiva del petrolio mondiale. Per capire perché la guerra si è riaccesa, bisogna tornare indietro di qualche mese.
Come si è arrivati alla guerra

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Il punto di rottura risale al 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran in un’operazione che, secondo la ricostruzione, ha ucciso la guida suprema Ali Khamenei e decine di leader del regime. La reazione di Teheran è stata su più fronti: colpi contro Israele, contro le basi statunitensi nel Golfo e contro i Paesi che le ospitano, oltre alla mobilitazione di Hezbollah in Libano e a un primo blocco dello Stretto di Hormuz.
Dopo settimane di tensione, il 17 giugno era però arrivata una svolta diplomatica: Iran e Stati Uniti avevano firmato un memorandum d’intesa in 14 punti. Dal 18 giugno era partito un periodo di 60 giorni per negoziare l’accordo definitivo, lo Stretto era stato riaperto e il 21 giugno si era tenuto il primo round di colloqui, mediati da Qatar e Pakistan. Una tregua fragile, che però per qualche settimana aveva retto.
Il nodo dell’articolo 5
Il cuore dell’attuale disputa è una singola clausola di quel memorandum: il famigerato articolo 5, che regola il controllo del traffico marittimo nello Stretto. Secondo una fonte iraniana molto vicina al regime citata dal Corriere della Sera, gli americani avrebbero accettato una gestione a guida iraniana del passaggio, condivisa con i Paesi rivieraschi, e in particolare con l’Oman.
Il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha rivendicato “la sovranità dell’Iran sullo Stretto di Hormuz”, precisando che la gratuità del passaggio varrebbe soltanto per i 60 giorni del memorandum. In altre parole, per Teheran il transito libero è una concessione a tempo, non un diritto acquisito: scaduto il termine, chi attraversa lo Stretto dovrebbe pagare.
È su questa interpretazione che si è consumata la frattura. Secondo la fonte iraniana, Washington avrebbe “cambiato le carte in tavola”, spingendo Teheran a chiudere di nuovo il passaggio. La lettura del regime è netta e diffidente: “Washington ormai non è affidabile”, una posizione che aiuta a spiegare perché l’Iran punti sempre più sull’intesa con l’Oman piuttosto che sui negoziati diretti con gli americani.
Il ruolo ambiguo dell’Oman
Proprio l’Oman è diventato uno degli attori chiave, e più ambigui, della crisi. Alleato storico degli Stati Uniti, secondo quanto riportato dal New York Times e ripreso dal Corriere starebbe però spingendo per riscuotere i pagamenti dalle navi in transito in accordo con l’Iran, nonostante le obiezioni di Washington. Un doppio gioco che fotografa quanto siano diventati fluidi gli equilibri nel Golfo, dove antiche alleanze si intrecciano con nuovi interessi economici legati al controllo del petrolio.
La nuova ripresa dei combattimenti
La tregua ha cominciato a incrinarsi l’8 luglio, quando, in risposta ad attacchi iraniani contro le navi nello Stretto, gli Stati Uniti hanno ripreso a colpire il territorio iraniano. Il 10 luglio il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato “concluso” l’accordo di cessate il fuoco, pur assicurando che i colloqui di pace sarebbero proseguiti. Il giorno seguente, secondo fonti statunitensi citate dalla Cbs, l’Iran avrebbe persino ammesso che gli attacchi alle navi erano stati “un errore” voluto da “estremisti fuori controllo”.
La situazione è poi precipitata di nuovo: Teheran ha annunciato la chiusura dello Stretto e colpito una portacontainer cipriota in transito, mentre Washington ha risposto con una nuova, vasta ondata di raid. Il Comando centrale statunitense (Centcom) ha comunicato di aver colpito circa 140 obiettivi militari in una singola serie di attacchi e oltre 300 in tre notti, tra siti missilistici, capacità navali, depositi di munizioni e postazioni di sorveglianza costiera. Gli Stati Uniti rivendicano di aver facilitato, dall’inizio di maggio, il transito di oltre 800 navi mercantili e 400 milioni di barili di greggio.
Dal canto suo, l’Iran ha rivendicato attacchi contro basi statunitensi in Giordania, Bahrein, Kuwait e Oman, sostenendo di aver colpito una base missilistica in Kuwait e infrastrutture militari in Bahrein. I Pasdaran hanno ribadito che l’unico modo per riaprire lo Stretto è la cessazione delle operazioni americane, avvertendo che nuove azioni militari potrebbero avere ripercussioni sul mercato mondiale di petrolio e gas.
La via d’uscita secondo gli analisti
In mezzo alle rivendicazioni incrociate, c’è chi prova a leggere le reali intenzioni delle parti. Il politologo americano Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, è convinto che Trump “non intenda in alcun modo continuare la guerra” e che anzi vorrebbe smettere di parlarne il prima possibile. Secondo Bremmer, gli stessi iraniani sarebbero persuasi che gli Stati Uniti non vogliano riaprire un conflitto su vasta scala, e starebbero perciò cercando di ottenere il massimo dei vantaggi economici dalla situazione.
La possibile via d’uscita, in questa lettura, passerebbe da un sistema di compensazioni: un riconoscimento economico all’Iran in cambio dell’allentamento della presa su Hormuz. Una soluzione che trasformerebbe una crisi militare in una trattativa commerciale, ma che per ora resta sullo sfondo di una notte segnata ancora dalle esplosioni. Quanto a lungo potrà reggere un equilibrio tanto precario, con due potenze che si accusano a vicenda e uno Stretto che vale una fetta enorme dell’energia mondiale, resta la domanda a cui nessuno, al momento, è in grado di rispondere.