Boldrini ha specificato che l’obiettivo non è solo portare aiuti materiali: “L’obiettivo non è solo portare aiuti umanitari, ma anche denunciare il silenzio che è caduto su Gaza dopo la presunta tregua che in nessun modo ha interrotto il genocidio. A Gaza si muore ancora sotto le bombe israeliane, gli aiuti entrano con il contagocce e in quantità del tutto insufficiente e la popolazione è stremata da privazioni e malattie”.
Il precedente: la missione bloccata da Israele
Non è la prima volta che una flottiglia prova a raggiungere Gaza. La missione precedente si era conclusa con il blocco navale israeliano, senza che le risorse a bordo riuscissero a raggiungere i destinatari in quantità significativa. Quella vicenda aveva alimentato polemiche sia sulla efficacia di questo tipo di operazioni — criticate anche da chi condivide l’obiettivo umanitario — sia sulla sicurezza dei partecipanti, che si trovano a navigare in acque controllate militarmente.
La nuova missione parte in un contesto diverso: esiste un negoziato in corso tra Israele e Hamas, con la mediazione di Qatar, Egitto e altri Paesi. Ma chi organizza la Flotilla non ritiene che la situazione umanitaria nella Striscia sia migliorata abbastanza da rendere superflua un’azione diretta.
Due visioni che non si incontrano
La vicenda fotografa una divisione che va oltre la contingenza di questa missione. Da una parte chi ritiene che l’azione diretta e visibile sia necessaria per mantenere l’attenzione su Gaza e forzare i corridoi umanitari. Dall’altra chi — inclusa la Commissione europea — sostiene che operazioni di questo tipo rischino di mettere in pericolo i partecipanti senza garantire risultati concreti, e che il canale degli aiuti organizzati in collaborazione con le autorità competenti sia più efficace.
Quello che succederà nelle prossime ore — quando la Flotilla si avvicinerà alle acque israeliane — dirà quale delle due visioni aveva ragione.