L’ascesa di Stefania Craxi viene letta infatti come il segnale di una fase nuova dentro Forza Italia, in cui il tema del rinnovamento della classe dirigente torna centrale. E il problema, per Tajani, è proprio questo: dimostrare che il rinnovamento non si trasformi in una messa in discussione della sua leadership.
Non a caso, in pubblico il segretario nazionale prova a dare una lettura rassicurante. Parla di un partito vivo, che non teme il confronto interno e che affronta democraticamente le proprie dinamiche. Ma dietro questa narrazione si avverte tutta la fragilità di un equilibrio che potrebbe rompersi se la tensione dovesse spostarsi anche alla Camera.
Le opposizioni attaccano: “Il governo sta cadendo a pezzi”
L’opposizione osserva e colpisce. Elly Schlein ha sintetizzato così il momento della maggioranza: “È un governo che sta cadendo a pezzi sotto il peso della propria arroganza”. Una frase che punta a collegare direttamente il risultato del referendum, le dimissioni e le tensioni in Forza Italia dentro un’unica crisi politica.
Anche Matteo Renzi insiste sullo stesso tasto, sostenendo che Giorgia Meloni abbia ancora i numeri in Parlamento ma sia ormai “sfiduciata nel Paese”. Giuseppe Conte, dal canto suo, ha parlato dello “sconquasso” creato dal voto referendario, rivendicando l’impatto politico della vittoria del No.
Insomma, fuori dalla maggioranza c’è chi prova già a raccontare questa fase come l’inizio di un logoramento irreversibile. Ma il punto vero è capire quanto le tensioni interne al centrodestra siano davvero gestibili.
La Russa e Ronzulli provano a raffreddare il clima
Dal fronte della maggioranza, i tentativi di contenimento non mancano. Ignazio La Russa parla di governo “solidissimo” e prova a sgonfiare l’idea di una decapitazione politica, sostenendo che Gasparri avrà altri ruoli importanti e che Santanchè resterà una risorsa per il partito.
Anche Licia Ronzulli prova a blindare Tajani, assicurando che la sua leadership non è in discussione. Ma lo stesso bisogno di ripeterlo suggerisce che il problema esiste eccome. Quando un partito deve spiegare continuamente che il leader è saldo, spesso significa che la questione è già aperta.
Il riferimento ai congressi, all’esigenza di una riflessione interna e alla necessità di capire perché siano stati persi voti, soprattutto tra i giovani, indica che Forza Italia è entrata in una fase di autocoscienza forzata. E da questa fase possono uscire sia un rilancio sia nuove rotture.
Il rebus politico che ora pesa su Meloni
Per Giorgia Meloni il problema non è solo gestire i vuoti lasciati dalle dimissioni nei ministeri o redistribuire gli incarichi. Il punto è contenere la percezione di una coalizione che, dopo il referendum, ha smesso di apparire monolitica.
Le dimissioni di Santanchè, chieste pubblicamente dalla premier, hanno già segnato una svolta. Quelle di Delmastro e Bartolozzi hanno aperto un ulteriore fronte nel comparto giustizia. E adesso le tensioni in Forza Italia rischiano di aggiungere un’altra area di instabilità.
Il centrodestra, almeno formalmente, resta in piedi. Ma la sensazione è che la vera partita non si giochi più soltanto nei rapporti con l’opposizione. Si gioca soprattutto dentro la maggioranza, nei rapporti di forza tra i partiti, nella tenuta dei leader e nella capacità di trasformare una fase difensiva in una ripartenza politica.
Ed è su questo che si misureranno le prossime settimane. Perché se Tajani arriva a dire, anche solo in forma di minaccia, che senza Barelli potrebbe lasciare tutto, allora il segnale è chiaro: la crisi non è più soltanto un titolo di giornata. È entrata davvero nel cuore della coalizione.