sabato, Giugno 27

Tajani minaccia l’addio, Forza Italia nel caos: governo Meloni sempre più sotto pressione

Il centrodestra continua a muoversi su un terreno instabile. Le dimissioni che si sono accumulate nelle ultime ore, i cambi ai vertici di Forza Italia e le tensioni dentro la maggioranza stanno trasformando quello che fino a pochi giorni fa sembrava un semplice contraccolpo politico in qualcosa di più profondo.

Il clima è cambiato rapidamente. Da un lato ci sono le conseguenze del referendum sulla giustizia, che ha colpito il governo più sul piano politico che su quello formale. Dall’altro ci sono le fibrillazioni interne, che ora coinvolgono apertamente anche il partito di Antonio Tajani.

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La sensazione, sempre più forte, è che non si tratti più di episodi separati. Le dimissioni di alcuni esponenti del governo, l’uscita di scena di figure simboliche e il rimescolamento degli equilibri parlamentari stanno disegnando una fase nuova, molto più delicata per la maggioranza.

In questo quadro, il passaggio più significativo arriva proprio da Forza Italia, dove il cambio al Senato non sembra aver chiuso le tensioni, ma anzi rischia di averne aperte di nuove.

Il partito prova a descrivere quanto accaduto come un normale avvicendamento interno, una dinamica fisiologica, quasi ordinaria. Ma i segnali che arrivano da dentro raccontano altro: nervosismo, timori, equilibri che si stanno spostando.

Ed è proprio qui che si inserisce il nome di Antonio Tajani, finito improvvisamente al centro di una partita molto più grande del semplice cambio di capogruppo al Senato.

Tajani alza il muro: “Se salta anche Barelli me ne vado”

La frase che fa capire il livello della tensione è netta: “Se salta anche Barelli me ne vado”. È questo, secondo le ricostruzioni, il messaggio fatto arrivare da Antonio Tajani dopo la sfiducia interna che ha portato all’uscita di Maurizio Gasparri dal ruolo di capogruppo di Forza Italia al Senato.

L’arrivo di Stefania Craxi alla guida del gruppo è stato ufficializzato in tempi rapidissimi, con un’assemblea lampo e un voto per acclamazione. Sia l’uscente sia la nuova capogruppo hanno provato a ridimensionare la portata politica del passaggio, parlando di una scelta normale, già prevista e sostanzialmente indipendente dal risultato del referendum.

Ma il quadro complessivo suggerisce il contrario. Perché il cambio al Senato non arriva in un momento qualsiasi: si inserisce in una fase in cui il governo ha già dovuto assorbire le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, mentre i sondaggi segnalano un indebolimento del centrodestra e una crescita dell’opposizione.

Per Tajani, il rischio è che il cambio al Senato possa non essere un caso isolato. Il timore riguarda ora Paolo Barelli, suo fedelissimo alla Camera. E proprio l’ipotesi che possa essere messo in discussione avrebbe portato il leader di Forza Italia a minacciare l’addio.

Gasparri fuori, Craxi dentro: la nuova fase di Forza Italia

Le dimissioni di Gasparri segnano un passaggio pesante negli equilibri del partito. Ufficialmente, l’ex capogruppo ha rivendicato una scelta autonoma, spiegando di aver voluto gestire il momento con equilibrio e senso del dovere. Ma il fatto che l’avvicendamento sia stato salutato con favore anche dagli ambienti vicini alla famiglia Berlusconi racconta che il cambiamento ha una portata politica più ampia.

L’ascesa di Stefania Craxi viene letta infatti come il segnale di una fase nuova dentro Forza Italia, in cui il tema del rinnovamento della classe dirigente torna centrale. E il problema, per Tajani, è proprio questo: dimostrare che il rinnovamento non si trasformi in una messa in discussione della sua leadership.

Non a caso, in pubblico il segretario nazionale prova a dare una lettura rassicurante. Parla di un partito vivo, che non teme il confronto interno e che affronta democraticamente le proprie dinamiche. Ma dietro questa narrazione si avverte tutta la fragilità di un equilibrio che potrebbe rompersi se la tensione dovesse spostarsi anche alla Camera.

Le opposizioni attaccano: “Il governo sta cadendo a pezzi”

L’opposizione osserva e colpisce. Elly Schlein ha sintetizzato così il momento della maggioranza: “È un governo che sta cadendo a pezzi sotto il peso della propria arroganza”. Una frase che punta a collegare direttamente il risultato del referendum, le dimissioni e le tensioni in Forza Italia dentro un’unica crisi politica.

Anche Matteo Renzi insiste sullo stesso tasto, sostenendo che Giorgia Meloni abbia ancora i numeri in Parlamento ma sia ormai “sfiduciata nel Paese”. Giuseppe Conte, dal canto suo, ha parlato dello “sconquasso” creato dal voto referendario, rivendicando l’impatto politico della vittoria del No.

Insomma, fuori dalla maggioranza c’è chi prova già a raccontare questa fase come l’inizio di un logoramento irreversibile. Ma il punto vero è capire quanto le tensioni interne al centrodestra siano davvero gestibili.

La Russa e Ronzulli provano a raffreddare il clima

Dal fronte della maggioranza, i tentativi di contenimento non mancano. Ignazio La Russa parla di governo “solidissimo” e prova a sgonfiare l’idea di una decapitazione politica, sostenendo che Gasparri avrà altri ruoli importanti e che Santanchè resterà una risorsa per il partito.

Anche Licia Ronzulli prova a blindare Tajani, assicurando che la sua leadership non è in discussione. Ma lo stesso bisogno di ripeterlo suggerisce che il problema esiste eccome. Quando un partito deve spiegare continuamente che il leader è saldo, spesso significa che la questione è già aperta.

Il riferimento ai congressi, all’esigenza di una riflessione interna e alla necessità di capire perché siano stati persi voti, soprattutto tra i giovani, indica che Forza Italia è entrata in una fase di autocoscienza forzata. E da questa fase possono uscire sia un rilancio sia nuove rotture.

Il rebus politico che ora pesa su Meloni

Per Giorgia Meloni il problema non è solo gestire i vuoti lasciati dalle dimissioni nei ministeri o redistribuire gli incarichi. Il punto è contenere la percezione di una coalizione che, dopo il referendum, ha smesso di apparire monolitica.

Le dimissioni di Santanchè, chieste pubblicamente dalla premier, hanno già segnato una svolta. Quelle di Delmastro e Bartolozzi hanno aperto un ulteriore fronte nel comparto giustizia. E adesso le tensioni in Forza Italia rischiano di aggiungere un’altra area di instabilità.

Il centrodestra, almeno formalmente, resta in piedi. Ma la sensazione è che la vera partita non si giochi più soltanto nei rapporti con l’opposizione. Si gioca soprattutto dentro la maggioranza, nei rapporti di forza tra i partiti, nella tenuta dei leader e nella capacità di trasformare una fase difensiva in una ripartenza politica.

Ed è su questo che si misureranno le prossime settimane. Perché se Tajani arriva a dire, anche solo in forma di minaccia, che senza Barelli potrebbe lasciare tutto, allora il segnale è chiaro: la crisi non è più soltanto un titolo di giornata. È entrata davvero nel cuore della coalizione.

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