All’indomani della bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, affossato alla Camera per un solo voto, il clima nel centrodestra resta pesantissimo. Secondo i retroscena pubblicati dai principali quotidiani, Giorgia Meloni sarebbe furiosa con la trentina di franchi tiratori che, approfittando dello scrutinio segreto, hanno disatteso l’indicazione del governo. E a Palazzo Chigi sarebbe tornata a circolare un’ipotesi finora tenuta nel cassetto: quella del voto anticipato.
Va precisato subito che si tratta di ricostruzioni giornalistiche basate in larga parte su fonti non ufficiali: nessuna di queste indiscrezioni è stata confermata pubblicamente dai diretti interessati.
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Chi sarebbero i trenta

Il termine “franchi tiratori” arriva dal gergo militare e indica chi spara contro le proprie truppe regolari. Quelli che hanno affondato dall’interno l’emendamento sarebbero circa trenta, anche se le stime restano discordanti. “Secondo i nostri calcoli sono 31”, ha dichiarato il capogruppo leghista Riccardo Molinari, “e non c’è nessuno dei nostri”.
Il conteggio si complica considerando che gli otto deputati di Futuro Nazionale e i sette renziani hanno votato sì. Il dem Igor Taruffi ha azzardato una ripartizione: “Un terzo Forza Italia, un terzo Lega, un dieci per cento di meloniani”. Secondo indiscrezioni riportate dal Corriere, tra i sospettati ci sarebbero anche alcuni parlamentari meloniani del Sud.
La rabbia della premier
La premier, riferisce Repubblica, sarebbe furibonda con chi ha preferito “mettere la testa sotto la sabbia”. Secondo lo stesso retroscena, Meloni avrebbe organizzato lunedì una rapida call con i vicepremier per avvisarli che in caso di sorprese sull’emendamento avrebbe “mandato tutti al voto”.
Sempre secondo le ricostruzioni, il suo staff l’avrebbe messa in guardia dal rischio di logorarsi, ma la presidente del Consiglio avrebbe tirato dritto: “Di sicuro non andrò avanti a oltranza, o la nuova legge elettorale si fa entro l’estate o amen”. Una linea che, nella sua lettura, risponderebbe a una precisa convinzione: lasciare la legge attuale significherebbe riportare l’Italia a “maggioranze arcobaleno” e all’instabilità.
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La finestra di giugno
È in questo quadro che, secondo i retroscena, tornerebbe d’attualità l’ipotesi di un voto anticipato a giugno, con l’eventuale passaggio attraverso un governo “balneare” di due o tre mesi. Uno scenario che Meloni avrebbe già messo in conto, discutendone con i suoi più stretti collaboratori.
L’idea di fondo, nella ricostruzione dei quotidiani, sarebbe che in Parlamento si sia ormai formata una maggioranza trasversale che “scommette sul pareggio” e sull’assenza di stabilità in vista del 2027. Da qui la tentazione di rovesciare il tavolo, trasformando la sconfitta di oggi in una possibile rivincita.
I sospetti e le smentite
Un retroscena de La Stampa spinge le ipotesi ancora più in là, ipotizzando che i voti mancati possano essere ricondotti ad ambienti vicini alla famiglia Berlusconi, e in particolare a chi non vorrebbe concedere a Fratelli d’Italia un peso eccessivo nell’anno in cui si sceglierà il prossimo presidente della Repubblica. Si tratta, va sottolineato con forza, di ipotesi giornalistiche prive di riscontri: nessuna prova, nessuna ammissione, nessun elemento oltre le voci di Palazzo. Le persone chiamate in causa non hanno votato né commentato, e la segretezza dello scrutinio rende per definizione impossibile attribuire un voto a chicchessia.
Sul fronte istituzionale, intanto, non è previsto alcun passaggio al Quirinale: trattandosi della modifica di una legge elettorale, la bocciatura non comporta conseguenze automatiche per il governo. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha anzi osservato che a Palazzo Madama la partita potrebbe essere recuperata, dato che lì il regolamento prevede il voto palese.
L’incognita dei sondaggi
C’è infine un elemento che potrebbe pesare più di ogni retroscena. Al Senato, secondo le indiscrezioni, la maggioranza avrebbe deciso di attendere i sondaggi di settembre prima di procedere. Il ragionamento sarebbe tutto politico: se la crescita di Futuro Nazionale dovesse rallentare, si andrebbe verso l’approvazione della riforma; se invece l’ascesa del partito di Vannacci dovesse proseguire, lo stop definitivo diventerebbe uno scenario concreto, per ragioni di pura convenienza.
Un calcolo che racconta, meglio di molte dichiarazioni, quale sia la vera posta in gioco dietro la battaglia sulle preferenze: non tanto il diritto degli elettori di scegliere i propri parlamentari, quanto gli equilibri interni a una coalizione che, con l’avvicinarsi delle urne, fatica sempre più a tenersi insieme.