Nonostante il tono composto della risposta pubblica, la reazione istituzionale è stata netta. Meloni e Tajani hanno deciso di convocare l'ambasciatore russo Alexey Paramonov. La motivazione, ragionata internamente, è che gli epiteti fossero così "volgari, duri e irrispettosi" da non poter essere ignorati. A colpire più di tutto è stato il fatto che Solovyev avesse scelto di insultare la premier in italiano — con gli occhi fissi in camera, come se stesse parlando direttamente a Roma.
"Volevano che il messaggio arrivasse forte e chiaro a Roma, in questo sono dei professionisti", ragionano nello staff della premier. Eppure a Palazzo Chigi la vicenda viene derubricata a una fiammata destinata a spegnersi in fretta: Solovyev è considerato un "hater seriale", già noto per le sue invettive contro Meloni e contro l'Italia in generale.
Perché Mosca ha attaccato proprio adesso: il Drone Deal
La lettura di Palazzo Chigi sul tempismo dell'attacco è precisa. A indispettire Mosca sarebbe stato soprattutto il Drone Deal proposto da Zelensky durante la sua visita a Roma il 15 aprile: una partnership per costruire insieme droni di ultima generazione, unendo le competenze acquisite da Kiev in anni di guerra con le risorse tecnologiche italiane e il coinvolgimento di aziende come Leonardo. Un accordo che Mosca legge come un'ulteriore scelta di campo dell'Italia.
Ma Solovyev ha battuto anche su un'altra ferita: lo strappo tra Meloni e Trump. "Tradimento è il suo secondo nome, ha tradito anche Trump, al quale aveva giurato fedeltà", avrebbe detto il conduttore, convinto di infliggere un danno all'immagine della premier in patria. A Palazzo Chigi sorridono: dalla distanza marcata con The Donald, Meloni ha solo da guadagnare nei sondaggi italiani.
Non è la prima volta: Medvedev, Zakharova e il lungo bersagliamento dell'Italia
Prima di Solovyev, contro l'Italia si erano levate le voci di Dmitrij Medvedev e della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, che ha più volte attaccato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un bersagliamento sistematico che racconta di un Cremlino che considera Roma un avversario concreto — probabilmente il più coerente e ostinato tra i grandi Paesi europei nella linea di sostegno all'Ucraina.
E quella linea, confermano i fedelissimi della premier, non cambierà. "Barra dritta anche sul niet all'acquisto di gas russo: Meloni non è tipa da giravolte, e al Cremlino hanno capito l'antifona".