martedì, Luglio 21

Parata del 2 giugno, la rivolta dei preti contro i cappellani militari

La parata del 2 giugno non ha diviso soltanto la politica. A creare un nuovo, inatteso fronte di polemica è stato il mondo cattolico, spaccatosi attorno a una decisione precisa: la partecipazione alla sfilata militare anche dei cappellani militari, i sacerdoti con le stellette.

Una scelta che ha sollevato un coro di proteste da parte di numerosi preti, riuniti attorno a uno slogan netto: “Non è la nostra Chiesa, abbiamo un’altra missione”.

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La protesta dei sacerdoti

Le critiche sono partite dai social. In una foto della parata si vedono fianco a fianco la premier Giorgia Meloni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Senato Ignazio La Russa e, accanto a loro, un cardinale.

Proprio quell’immagine ha fatto scattare il commento del sacerdote Antonio Solla, secondo cui l’alto prelato non avrebbe dovuto partecipare, applaudendo a una sfilata di soldati. Sulla stessa linea il fiorentino don Alfredo Jacopozzi, responsabile cultura della diocesi di Firenze, che si è chiesto se si stia tornando a benedire le armi, concludendo che quella non è la sua Chiesa. E in molti, tra i commenti, hanno rilanciato: “Neanche la mia”.

La posizione della Cei

Sarebbe un errore liquidare la protesta come una fronda di “preti ribelli”. Contro la partecipazione dei cappellani alla parata si è infatti schierata la stessa Cei, la Conferenza episcopale italiana.

Il vice del cardinale Matteo Zuppi, il vescovo di Cassano all’Ionio Francesco Savino, alla vigilia della sfilata ha spiegato all’Ansa che la presenza dei cappellani non dovrebbe essere valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell’apparato celebrativo delle armi.

La loro missione, ha sottolineato il vescovo, è ben altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in divisa, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita e portare una parola di pace nei luoghi segnati dalla fatica, dalla paura e dal dolore.

Le critiche di Pax Christi

Sulla stessa lunghezza d’onda si è collocato anche Pax Christi, storico movimento cattolico per la pace nato nel 1945, che ha criticato la presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno, una novità assoluta.

Tornando sul tema, monsignor Savino ha poi affidato a Repubblica una riflessione che riassume bene lo spirito della protesta: rispetto per le persone, ma forte preoccupazione per il significato di quel gesto.

L’eredità di don Milani

La vicenda assume un valore simbolico ancora più forte se si considera che cade a 60 anni dal processo a don Lorenzo Milani, finito sotto accusa per la sua celebre lettera contro i cappellani militari e in difesa dell’obiezione di coscienza.

In quello scritto il priore di Barbiana metteva in discussione l’idea stessa di patria e definiva le armi come strumenti destinati solo a distruggere, contrapponendo a esse le uniche armi che riteneva nobili: lo sciopero e il voto. Don Milani e Luca Pavolini, allora direttore del settimanale del Pci che pubblicò la lettera, furono assolti in primo grado ma condannati in appello nel 1967, quando il sacerdote era ormai già morto.

Una storia che torna oggi di stringente attualità. Come ha osservato l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli, don Milani si era sbagliato nel prevedere che divise e cappellani sarebbero presto finiti solo nei musei. Eppure, proprio perché quella previsione non si è avverata, il suo “no” alla guerra resta più vivo che mai. Nonostante i cappellani militari e nonostante le parate del 2 giugno.