lunedì, Marzo 23

Referendum, Giorgia Meloni rompe il silenzio: le sue parole

È anche per questo che, fin dalle prime ore dello scrutinio, il clima tra i comitati del No è passato dalla prudenza all’entusiasmo, mentre nel campo del Sì si è scelto di abbassare i toni e limitarsi al rispetto formale del risultato. Con un’affluenza simile, sostenere che il referendum non abbia alcun riflesso politico diventa molto più difficile.

Il No trainato dalle grandi città e dal Sud

Le prime mappe dello scrutinio mostrano un dato territoriale molto netto. Il No corre nelle grandi città e trova una spinta fortissima nel Sud. A Roma supera il 58%, a Milano viaggia oltre il 53%, a Napoli sfonda quota 71%, mentre anche Torino, Palermo e Bari mostrano un orientamento chiaramente contrario alla riforma.

Nel Mezzogiorno il No si presenta come scelta largamente prevalente. In molte province e grandi centri del Sud il distacco è ampio e costante, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria finale. La Sicilia, pur risultando la regione con l’affluenza più bassa, conferma comunque la tendenza nazionale favorevole al No.

Esiste però anche una geografia più complessa. In alcune aree del Nord, soprattutto in Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, il Sì ha mostrato una tenuta maggiore o addirittura un vantaggio in alcuni territori. Questo significa che il dato nazionale nasce da una somma di comportamenti elettorali molto diversi, non da un rigetto uniforme e indistinto.

Il centrodestra minimizza, ma il colpo è pesante

Nelle prime reazioni del centrodestra prevale una formula comune: il voto va rispettato, ma non incide sulla tenuta del governo. Galeazzo Bignami lo ripete a nome di Fratelli d’Italia, Paolo Barelli adotta la stessa linea per Forza Italia, Maurizio Lupi sostiene che il risultato non avrà conseguenze politiche dirette. È la risposta più naturale in una fase come questa: evitare che la sconfitta referendaria si trasformi in crisi di maggioranza.

Ma il tentativo di sterilizzare il voto si scontra con almeno tre elementi. Il primo è la centralità della riforma nella narrazione di governo. Il secondo è l’altissima affluenza. Il terzo è l’immediata politicizzazione del risultato da parte di opposizioni, sindacati, comitati e parte del mondo mediatico. Anche alcuni osservatori non schierati con il No, come Alessandro Sallusti, hanno riconosciuto che una componente di voto contro il governo c’è stata.

Questo non significa automaticamente che l’esecutivo sia a rischio. Ma significa che la consultazione referendaria ha incrinato la rappresentazione di una maggioranza sempre in controllo, sempre allineata al sentimento del Paese e sempre capace di trasformare il consenso in successo politico.

Perché questa sconfitta pesa più di altre

Il punto cruciale è proprio qui. Non si tratta soltanto di una riforma respinta. Si tratta di una riforma che toccava la magistratura, la Costituzione, l’equilibrio tra i poteri dello Stato e uno dei dossier più identitari per il centrodestra. Per mesi il Sì è stato presentato come il modo per modernizzare la giustizia, superare le correnti e rafforzare la terzietà del giudice. Il No, invece, ha costruito la propria campagna sulla difesa dell’indipendenza della magistratura e sull’idea che la riforma aprisse a una torsione politica dell’assetto costituzionale.

Alla fine ha prevalso questa seconda lettura. E lo ha fatto in modo sufficiente a trasformare il referendum in una sconfitta simbolica della linea di governo. Se a questo si sommano le immediate letture politiche delle opposizioni, il voto del 23 marzo rischia di diventare uno spartiacque della fase finale della legislatura.

Cosa succede adesso

Dal punto di vista giuridico, la conseguenza è semplice: la riforma viene bocciata e dunque non entra in vigore. Resta in piedi l’assetto attuale, senza separazione delle carriere nei termini proposti dal testo sottoposto agli elettori. Dal punto di vista politico, invece, si apre una fase molto più incerta.

Meloni prova a contenere il danno, insiste sulla continuità dell’azione di governo e chiude la porta a qualunque ipotesi di crisi. Ma il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle leggono il risultato come una ripartenza. Si parla già di primarie, di nuova primavera politica, di vento cambiato. Sono formule propagandistiche, certo, ma nascono da un dato reale: il No ha vinto, e ha vinto con un livello di partecipazione che rende il messaggio elettorale impossibile da ignorare.

Adesso inizierà la battaglia sulle interpretazioni. Il governo dirà che il referendum non tocca il suo mandato. Le opposizioni sosterranno il contrario. Ma una cosa appare già evidente: la consultazione sulla giustizia, pensata per chiudere una partita istituzionale, ha finito per aprirne una nuova tutta politica.

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