domenica, Gennaio 18

Caso Ungari, il “Garlasco di Roma”: dopo 26 anni si chiede la verità

Il sabato una ditta specializzata non riesce a intervenire perché le chiavi del vano ascensore risultano introvabili. Ricompaiono soltanto il lunedì mattina. Quando il 6 settembre il corpo viene rinvenuto, le pareti del vano sono sporche di sangue, segno che la morte non è stata immediata. Ma il ritardo ha già compromesso la possibilità di una ricostruzione scientifica rigorosa.

Appunti scomparsi e dettagli inquietanti

La vicenda fu seguita con attenzione dal giornalista Alfredo Vaccarella, che denunciò il furto di un bloc-notes contenente appunti sul caso, sottratto dal bauletto chiuso del suo scooter. A questo si aggiungono altri elementi rimasti senza risposta: il pertugio di circa 48 centimetri da cui il professore sarebbe precipitato, difficilmente compatibile con la sua corporatura; la fretta con cui la Digos chiuse il fascicolo; la mancanza di spiegazioni tecniche convincenti.

Dettagli che non hanno mai trovato una collocazione coerente.

Relazioni, viaggi e documenti mai ritrovati

Il profilo di Ungari rende la vicenda ancora più delicata. Era in contatto con figure centrali della Prima Repubblica, da Bettino Craxi a Giulio Andreotti, fino a Giovanni Spadolini, profondamente colpito dalla sua morte.

Pochi giorni prima del decesso era rientrato dalla Colombia con alcuni rapporti che, secondo quanto riferito, riguardavano il traffico di droga tra Italia e Sud America. Documenti che avrebbe dovuto consegnare il 6 settembre a un giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo. Quella cartella, però, viene ritrovata inspiegabilmente vuota.

Oggetti fuori posto e testimonianze mancanti

Un altro elemento che alimenta i dubbi è il ritrovamento di un vaso di cristallo, regalo di nozze per la figlia della moglie, trovato intatto sul pianerottolo del secondo piano insieme alla cartella vuota.

Le perizie collocano però la caduta dal terzo piano. A ciò si sommano deposizioni che non collimano e testimonianze mai acquisite, contribuendo a un quadro frammentario e incompleto.

La richiesta di riaprire il caso

Il 14 gennaio scorso la famiglia Ungari ha presentato alla Procura di Roma una richiesta formale di riapertura del caso, alla luce di nuovi elementi. Non si chiede una verità precostituita, ma una ricostruzione piena del contesto in cui Paolo Ungari operava: relazioni, interlocuzioni, eventuali monitoraggi. Non solo gli archivi giudiziari, ma anche quelli degli apparati.

Perché il “metodo Garlasco” non è la menzogna, ma la rinuncia a esplorare fino in fondo le piste alternative. E Roma, su queste storie, conserva una memoria lunga ma selettiva.

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