Il dispiegamento del Pentagono

Fonti della Casa Bianca confermano che unità navali, aeree e terrestri sono state collocate in posizioni strategiche tali da consentire un attacco coordinato e tempestivo. La pianificazione logistica e operativa punta a ridurre al minimo i tempi di reazione in caso di ordine esecutivo.
Il dispiegamento ha un duplice significato: da un lato rappresenta una misura di preparazione concreta, dall’altro costituisce un segnale di deterrenza nei confronti di Teheran. Secondo le ricostruzioni, i piani d’emergenza sarebbero già stati approvati dai vertici militari, in attesa dell’ultima decisione politica.
Trump davanti a una scelta cruciale
Al centro della crisi si trova la valutazione dell’amministrazione Trump sui rischi e sui benefici di un’eventuale escalation. Un intervento militare comporterebbe conseguenze che andrebbero ben oltre l’area mediorientale, con possibili ripercussioni sui mercati finanziari e sul prezzo dell’energia.
Fonti vicine alla presidenza indicano il fine settimana come possibile finestra temporale critica per un’eventuale azione, anche se non emergerebbe ancora un consenso unanime all’interno dell’amministrazione sulla portata dell’operazione.
Il nodo energetico e lo Stretto di Hormuz
Uno dei principali fattori di rischio è rappresentato dallo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il traffico mondiale di petrolio. Un eventuale blocco dell’area potrebbe provocare un’impennata dei prezzi dei carburanti e una nuova crisi economica globale.
















