sabato, Aprile 18

Meloni sceglie il silenzio dopo gli attacchi di Trump e vola dai “volenterosi” con Macron

Quando un avversario ti attacca pubblicamente per giorni di fila, la tentazione di rispondere colpo su colpo è forte. Giorgia Meloni ha scelto di non cedere a quella tentazione. Davanti alle bordate di Donald Trump — arrivate prima dal Corriere della Sera, poi da Fox News, con accuse di mancanza di coraggio, assenza di lealtà e persino un avvertimento sull’Iran — la premier italiana ha optato per una strategia opposta: il silenzio pubblico, il lavoro sottotraccia e una mossa diplomatica che parla da sola senza bisogno di dichiarazioni.

La direttiva interna: pesare ogni parola

Secondo quanto filtrato negli ambienti di governo, nelle ore successive agli attacchi di Trump è stata data un’indicazione precisa a tutti: pesare le parole. Nessuna escalation verbale, nessun contrattacco diretto, nessuna risposta che potesse trasformare una crisi diplomatica in una rottura formale. Gli Usa sono sempre gli Usa, e un divorzio pubblico con Washington — per quanto spinto da Trump stesso — non è nell’interesse dell’Italia.

Meloni ha parlato, ma lo ha fatto in modo indiretto. Accogliendo Zelensky a Palazzo Chigi il 15 aprile ha pronunciato frasi che chiunque poteva leggere come messaggi rivolti anche alla Casa Bianca. “Un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca”. E ancora: “È soprattutto in momenti come questi che l’amicizia fra popoli fratelli, che si sono dati una mano nei momenti più difficili della propria storia, fa la differenza”. Parole calibrate al millimetro, rivolte ufficialmente a Zelensky, ma chiaramente pensate anche per chi stava guardando da Washington.

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La seconda mossa: volare da Macron

Ma il silenzio da solo non basta. E qui entra in scena la seconda parte della strategia, quella più sorprendente. Venerdì Meloni parteciperà alla riunione dei cosiddetti “volenterosi”, convocata dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer — anche lui finito nel mirino di Trump nelle ultime ore — per trovare una soluzione alla questione della riapertura dello Stretto di Hormuz.

Il dettaglio non banale è che Macron è un interlocutore con cui Meloni non ha mai avuto una sintonia particolare. Il riavvicinamento alla Francia in questo momento — scelto proprio mentre i rapporti con Washington si deteriorano — non è casuale. È una mossa politica precisa: mostrare che l’Europa sa compattarsi, che l’Italia non è isolata, e che esiste un fronte alternativo a quello americano su cui Roma può appoggiarsi se necessario.

Cosa si deciderà sull’incontro dei “volenterosi”

Da un punto di vista pratico, all’incontro di venerdì non ci sono ancora decisioni operative concrete. Qualsiasi missione di sminamento nello Stretto di Hormuz potrebbe partire solo dopo la cessazione delle ostilità tra Iran e Stati Uniti e dopo una verifica delle condizioni di sicurezza sul campo. Tra le cancellerie europee si naviga a vista, e nessuno ha fretta di annunciare qualcosa che non può ancora essere realizzato.

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