La fuga, però, è durata solo poche ore. In serata, i carabinieri del comando provinciale di Messina hanno individuato il 27enne nascosto in un’abitazione di famiglia a Noto, in provincia di Siracusa. Ora è in stato di fermo e dovrà comparire davanti al giudice per la convalida dell’arresto. Secondo indiscrezioni, potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere.
Una persecuzione durata due anni: il profilo di Stefano Argentino
Nonostante il comportamento ossessivo di Argentino, Sara non aveva mai sporto denuncia. Forse perché non credeva che il ragazzo sarebbe arrivato a un gesto tanto estremo. Tuttavia, amici e conoscenti raccontano di un atteggiamento sempre più oppressivo da parte di Stefano, che non accettava di essere ignorato.
Descritto come un giovane riservato e schivo, tifoso della Juventus e appassionato di moto, Stefano proveniva da una famiglia umile: madre casalinga, padre muratore e un fratello maggiore. Eppure, dietro questa facciata apparentemente normale, si nascondeva una pericolosità latente che è esplosa con inaudita violenza.
Il dolore della famiglia e della comunità
Mentre i genitori di Stefano sono sconvolti dall’accaduto, la famiglia di Sara è distrutta dal dolore. Lo zio e il fratello della giovane si sono recati al Policlinico per il riconoscimento del corpo e l’autopsia, che sarà fondamentale per l’inchiesta.
Il sindaco di Noto ha espresso sconcerto per quanto accaduto, mentre a Misilmeri la comunità si stringe attorno ai genitori di Sara. «Siamo sgomenti, nessuno avrebbe mai immaginato una fine così tragica per una ragazza piena di sogni».
L’addio del fidanzato: un amore spezzato dalla violenza
Sara aveva da qualche mese una relazione con Antonino Fricano, un giovane di Bagheria. Distrutto dal dolore, ha scritto un post sui social per ricordare la fidanzata: «Tutto questo non doveva succedere, mi è stato tolto un pezzo di cuore. Ciao amore mio, la mia bambina. Spero solo che venga fatta giustizia per te. Sei e sarai per sempre dentro di me».
Una tragedia che poteva essere evitata?
La vicenda di Sara Campanella riporta ancora una volta al centro dell’attenzione il tema della violenza di genere e dello stalking. Quante altre donne devono morire prima che si intervenga con misure più efficaci?
Sara non aveva mai denunciato, forse perché non si sentiva abbastanza minacciata, forse perché non credeva che qualcuno potesse aiutarla. La sua morte deve essere un monito per tutti: la violenza va riconosciuta e fermata prima che sia troppo tardi.