mercoledì, Luglio 15

Muore la famosa giornalista, aveva 56 anni: il mondo culturale in lutto

La morte di Rachel Cooke, giornalista e critica gastronomica inglese, sconvolge il mondo dell’informazione e della cultura. Aveva 56 anni e da tempo combatteva contro il cancro, una battaglia che negli ultimi mesi l’aveva tenuta lontana dalla redazione di The Observer, la sua casa professionale per oltre venticinque anni. La notizia è stata accolta come un lutto terribile da colleghi, scrittori e lettori che negli anni avevano imparato a riconoscere la sua voce unica: ironica, colta, profondamente umana.

Una firma che univa cibo, memoria e cultura

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Per Cooke il cibo non era solo nutrimento: era narrazione, comunità, identità. I suoi pezzi riuscivano a raccontare una ricetta come se fosse un frammento di vita, un ponte tra generazioni, un modo per interpretare il presente partendo dalle piccole cose. La sua capacità di osservazione, spesso definita “cinematografica”, metteva in luce dettagli che altri non avrebbero notato.

In un mondo del giornalismo sempre più frenetico, Cooke rappresentava un modello di lentezza consapevole: approfondiva, raccoglieva storie, ascoltava le persone. Un talento raro, riconosciuto anche negli ultimi tempi, quando la malattia le impediva di tornare a lavorare con la stessa costanza di sempre.

La malattia e l’addio dei colleghi

Il marito, lo scrittore Anthony Quinn, ha raccontato gli ultimi giorni segnati da un progressivo peggioramento. In redazione, molti speravano in un suo ritorno, ma la realtà si è imposta con durezza. Chi l’ha conosciuta la descrive come una donna capace di alternare entusiasmo infantile e indignazione morale, sempre con un rigore che la rendeva una professionista imprescindibile.

Le muse e la formazione: la lezione di Katharine Whitehorn

Cooke aveva un modello preciso: la pioniera del giornalismo femminista Katharine Whitehorn. Conservava nel diario un telegramma del 1956 in cui Whitehorn annunciava ai genitori il suo primo incarico da reporter. Quel pezzo di carta, un vero talismano, l’aveva accompagnata per tutta la vita, ricordandole che la curiosità è la prima forma di libertà.

Nata a Sheffield, aveva trascorso tre anni in Israele frequentando una scuola della Chiesa di Scozia a Jaffa: lì aveva compreso quanto il cibo potesse essere un linguaggio universale, capace di unire culture lontane.

Cibo, libri e interviste memorabili

Nel suo libro Kitchen Person, Cooke raccontava come il cibo fosse stato una chiave per leggere la sua famiglia e superare momenti difficili, come la separazione dei genitori. Amava le biblioteche pubbliche, che considerava luoghi di emancipazione e formazione, e la sua rubrica Shelf Life ha riportato alla luce decine di autori dimenticati.

Le sue interviste a figure come Gore Vidal e Gloria Steinem erano finemente costruite: mai compiacenti, mai timorose. Aveva un talento raro per capire gli altri e tradurli sulla pagina con rispetto e precisione.

Una carriera che ha segnato un’epoca

Dopo gli inizi al Sunday Times e al New Statesman, era a The Observer che Cooke aveva trovato la sua dimensione. Centinaia di articoli ogni anno, una qualità sempre altissima, una versatilità che la rendeva una colonna portante del giornale.

Jane Ferguson, che l’ha seguita per vent’anni, l’ha definita “la spina dorsale del quotidiano”, mentre il direttore Paul Webster ha citato il suo celebre pezzo sull’incoronazione di Re Carlo come esempio della sua maestria assoluta.

La sua scomparsa lascia un vuoto che nessuno potrà colmare del tutto. Cooke se n’è andata troppo presto, ma i suoi scritti continueranno a raccontare il mondo con quella combinazione irripetibile di intelligenza, grazia e profondità.