Ed è proprio qui che si apre un nodo delicatissimo. I giuristi dovranno decidere se:
– impugnare subito la delibera del Consiglio dei ministri, con il rischio di un’inammissibilità;
– oppure chiedere la sospensione del decreto presidenziale, scelta che avrebbe una fortissima valenza politica e istituzionale.
Referendum congelato per mesi? Gli scenari
Nel caso in cui il Tar accogliesse una richiesta di sospensiva, il referendum potrebbe essere congelato per mesi, in attesa della decisione nel merito. A quel punto, l’uscita più semplice per il governo sarebbe la revoca in autotutela dell’atto.
Esiste però anche un’altra strada: un ricorso d’urgenza al tribunale civile, sostenendo che l’anticipo del voto leda il diritto soggettivo dei cittadini a promuovere il referendum nei tempi previsti dalla Costituzione.
Infine, se i promotori riuscissero a depositare tutte le 500mila firme, assumerebbero formalmente la qualifica di potere dello Stato e potrebbero sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. Una via che consentirebbe alla Consulta di pronunciarsi prima della data del voto.
La posta in gioco politica
La vicenda ha già assunto un peso che va ben oltre il merito della riforma Nordio. In gioco c’è il rapporto tra governo, cittadini e strumenti di democrazia diretta. Lo ha sottolineato anche il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi, intervenendo in televisione: l’esito dei ricorsi, ha spiegato, avrà un impatto diretto sui tempi e sulle modalità della consultazione.
Mentre la raccolta firme prosegue a ritmo sostenuto, il referendum si trasforma così in un braccio di ferro istituzionale che potrebbe riscrivere le regole del gioco. E, paradossalmente, proprio il tentativo di accelerare i tempi potrebbe aver rafforzato la spinta dal basso.


















